Twist d’Aula – Il metodo Draghi e il metodo Rai

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Anche su riaperture e coprifuoco ha deciso da solo, anticipando tutti. È bastata un’oretta di riunione, infatti, perché il piano ce lo aveva pronto da giorni. In fondo, a Palazzo Chigi lo dicono fin dall’inizio del mandato: Mario Draghi ascolta tutti, ma decide in autonomia. Non sono rari i precedenti, come per esempio sui servizi segreti, sul commissario all’emergenza, sul capo della Protezione civile. Adesso, con le nomine da rinnovare, sarà lo stesso. Tranne che per la Rai, dove lascerà invece che le varie componenti della maggioranza parlamentare arrivino ai ferri corti.

Da un lato decidere, dall’altro eclissarsi. Una modalità che, in fondo, c’è sempre stata. È diventata la regola. All’inizio, inevitabilmente, Draghi ha lasciato che fossero i partiti a comunicare l’esito degli incontri, a interpretare i contenuti delle riunioni, a parlare con la stampa. Un po’ ha lasciato andare e un po’ ha anche dovuto mediare, insieme al Quirinale, sulla squadra di Governo. In ogni caso, però, ha comunque scelto persone di fiducia nei ruoli chiave (Colao, Cingolani, Giovannini, Cartabia, Franco), specialmente per la costruzione e l’attuazione del Recovery.

Con il passare dei giorni questa modalità si è progressivamente rafforzata. Ora, per quanto riguarda la partita delle nomine scompariranno i tavoli di maggioranza, tradizionali luoghi di spartizione cencelliana degli incarichi (che duravano a lungo per aumentare il numero di poltrone in scadenza da spartire e scontentare così meno persone). Per questa tornata, invece, sarà diverso. Come dicono al Mef fin dall’arrivo del nuovo Governo, di fronte all’enorme quantità di problemi da affrontare si può fare in un modo solo: attraversare il ponte quando ci si è davanti (i più veraci di via XX Settembre dicono che “il salame si taglia una fetta alla volta”). In pratica, un problema per volta. Prima la campagna vaccinale, poi il Recovery, poi le riforme, una alla volta. Anche in questo caso, una nomina per volta.

Inoltre, pochi selezionati avranno voce in capitolo. Oltre al ministro competente, meno di dieci personalità, tutte con un presente o almeno un passato dentro Palazzo Chigi (Giuliano Amato, Paolo Gentiloni, Giancarlo Giorgetti, Gianni Letta, più gli stretti collaboratori del premier). Per il resto Draghi deciderà da solo. Tranne che sulla Rai, dove in pole position ci sono tre nomi (due donne e un uomo) per due posti. Proprio su viale Mazzini pesa come un macigno l’uscita di Fedez di qualche settimana fa. Il marito di Chiara Ferragni, pur solo per acquistare follower, dice una cosa evidente: per la tv pubblica servirebbe non solo una persona lontana dalla politica, ma che possa anche apparire tale, che conosca e parli ai giovani. Invece, per esempio, Enrico Letta attende e intanto twitta ringraziando Maria Latella, una delle due candidate. Ma se prende quella direzione rischia di rimanere schiacciato come è stato per la scelta del candidato sindaco a Roma, perché sarebbe una (seconda e consecutiva) scelta di continuità e non certo di “rifondazione”, come aveva annunciato il segretario del Pd. In tal senso, sarebbe lo stesso per Ferruccio De Bortoli. Visto il metodo Draghi, al segretario del Pd non è rimasto molto da decidere. Forse nemmeno da essere sereno. (Public Policy)

@m_pitta