Le elezioni europee e il cortocircuito ‘riformista’

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di Lorenzo Castellani

ROMA (Public Policy) – Le recenti elezioni nei lander dell’Assia e della Baviera hanno fornito degli indizi su quello che potrà essere il futuro quadro politico tedesco ed europeo. In entrambi i casi si registra una consistente perdita di consensi dei partiti tradizionali, rispettivamente Csu, Cdu e Spd, ed una crescita di partiti radicalmente alternativi come i Verdi, a sinistra, e AfD, a destra. Tuttavia, nonostante questo salto nei consensi i nuovi partiti non sono stati in grado di conquistare il governo né, proprio per le posizioni politiche così radicalmente diverse, di allearsi l’un l’altro.

Questo scenario fornisce però un indizio preciso sul futuro della politica europea: inizia una era di instabilità politica in cui il vecchio assetto, basato sull’alleanza tra centrodestra e centrosinistra, inizia a sgretolarsi. I populisti e i nuovi partiti non riescono ancora a vincere le elezioni pur crescendo, ma sono in grado di provocare smottamenti nei sistemi politici. Le nuove forze politiche ad oggi esprimono un potere di interdizione che rende difficile la formazione del nuovo Esecutivo, come il caso della Svezia, ad esempio, dimostra.

L’ingovernabilità è dunque il primo sintomo di una trasformazione di lungo periodo. Da questo punto di vista l’Italia resta un unicum ed è stata un vero laboratorio politico poiché la disgregazione dell’ordine è stata più rapida rispetto agli altri Paesi europei e con le elezioni 2018 ha prodotto una maggioranza tout court nazional-populista. Questa nuova definizione di assetti è da tenere in considerazione in vista delle elezioni europee del 2019.

Al momento, secondo i sondaggi, una convergenza al centro è ancora probabile nel Parlamento europeo con una alleanza tra Ppe, Pse e Alde. Tuttavia, questo scenario potrebbe essere meno scontato del previsto soprattutto se le forze populiste dovessero avere un grande exploit elettorale, riducendo lo spazio della coalizione sia a destra che a sinistra. In questo caso il Partito popolare europeo, che al suo interno contiene partiti nazionalisti come quelli del premier ungherese Orbán e del cancelliere Kurz, potrebbe optare per la costruzione di una maggioranza di governo alternativa con i gruppi conservatori e nazionalisti. Ciò dipenderà anche dai risultati del più grande partito popolare d’Europa, la Cdu tedesca, e dalla sua nuova leadership, dato che Angela Merkel ha annunciato che non si ricandiderà alla guida del partito. Un cambiamento di grande impatto sia per il più grande Paese del continente che per le stesse istituzioni europee.

Nel caso di un successore con posizioni più conservatrici, infatti, lo scenario di “alleanza a destra” in sede di Unione europea potrebbe diventare più probabile. Questa dinamica indotta dai partiti populisti serve per mettere a fuoco la loro strategia. Pur non avendo un consenso sufficiente a governare essi sono cresciuti progressivamente negli ultimi anni erodendo il potere dei partiti tradizionali e indebolendo i sistemi politici creando instabilità. Non è un caso che in alcuni importanti Paesi europei ci siano state lunghe e prolungate trattative per la formazione del Governo e, in diversi casi, si sia dato vita a maggioranze che poggiano su pochi seggi di vantaggio.

Di conseguenza un sistema debole e nella maggior parte dei casi basato sulla convergenza tra partiti moderati entra in una spirale di debolezza mentre i partiti populisti e nazionalisti possono costruire consenso dall’opposizione. La strategia populista, quando questi partiti non riescono a prendere il governo come in Italia, è di logoramento del sistema e di delegittimazione dello stesso. L’idea sembra quella di voler sfruttare il rafforzamento elettorale per alimentare il disordine politico e produrre una incapacità decisionale i cui effetti nefasti ricadranno sui partiti di governo. Così i partiti anti-establishment potranno farsi strada con la promessa di ricostruire una nuova governabilità e un diverso ordine politico senza rifiutare a priori, come accaduto ad esempio in Austria, l’alleanza con formazioni più moderate e centriste a cui dettare l’agenda.

Uno schema simile potrebbe essere seguito anche sul campo delle istituzioni europee, seppure a livello sovranazionale l’intelaiatura appare più complessa. I partiti nazionalisti e populisti, infatti, tendono ad esacerbare le tradizioni politiche del proprio Paese e operano con l’obiettivo di difendere maggiormente la comunità nazionale. Ciò potrebbe complicare notevolmente la convergenza degli interessi nazionali sulle scelte fondamentali dell’Unione europea, in particolare modo nel campo della politica monetaria e fiscale.

Da ultimo si rivela la capacità delle nuove forze di condizionare l’agenda dei partiti tradizionali: oggi nessun leader o partito moderato difende più le istituzioni europee per come sono e tutti invocano riforme proprio per fronteggiare la pressione populista. Questa è, però, una ammissione di debolezza e disfunzionalità dell’Unione europea che va ad alimentare gli argomenti dei partiti euroscettici. Anche in questo caso si apre un problema di legittimità poiché quando l’esigenza di riforma si diffonde in tutto lo spettro politico gli elettori si aspettano un cambiamento in qualche direzione. Se ciò non dovesse accadere nei prossimi anni le istituzioni europee andrebbero in corso ad un processo di decadimento che le indebolirebbe ulteriormente. (Public Policy)

@LorenzoCast89