Meloni svetta sulle macerie leghiste // Nota politica

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Svetta, sulle macerie della Lega, Giorgia Meloni, con Berlusconi ago della bilancia. La leader di Fratelli d’Italia corre a prendersi il Governo, mettendo a tacere le insoddisfazioni neanche troppo malcelate degli alleati delle scorse settimane. Tra chi tirava per la giacchetta il presidente della Repubblica e chi insisteva nel dire che il capo dell’Esecutivo lo avrebbe fatto il leader del primo partito. Come a sottolineare che Meloni non era pronta, secondo loro. Puntualmente, lo scenario che Matteo Salvini temeva di più si è verificato. La sua non è più la Lega del 2018, nemmeno quella del 2019.

Dunque ci sarà molta pressione su Fratelli d’Italia e sulla probabile presidente del Consiglio, per la composizione del Governo e non solo. Una serie di equilibri dovranno essere rimessi a punto. Anche dentro il partito, evidentemente. Quando cresci così tanto partendo dal 4 per cento (citofonare Salvini) rischi di imbarcare non solo un elettorato trasversale e fuori dal tuo campo d’origine. Ma anche classe dirigente e parlamentare di varia natura e origine. Quindi è lecito domandarsi che classe dirigente arriverà con Fratelli d’Italia alla guida del Paese.

L’avventura politica del segretario della Lega è invece al capolinea. Ha avuto anni a disposizione per estrarre dal cilindro qualcosa di nuovo al posto della tragica estate del 2019, quella del Papeete. Ora chissà che cosa si inventeranno in via Bellerio, dove sono sempre tutti molto rispettosi – essendo l’ultimo partito leninista rimasto – per i propri segretari di partito. Cosa che non avviene nel Pd, solitamente. Perché stavolta dovrebbe esserci un’eccezione? Il Pd aveva fissato una soglia psicologica per affrontare il dopo elezioni: 20 per cento. Sotto quel numero magico (nel 2018, per la cronaca, i democratici presero il 18,7) possiamo parlare di sconfitta per Enrico Letta. Ma in realtà il segretario del Pd ha perso con qualsiasi percentuale. Aveva indicato, al momento della sua elezione a segretario da parte dell’assemblea, l’obiettivo del campo largo. Il campo largo però non c’è stato, non è nato. Letta ha regalato un’occasione a Giuseppe Conte, che infatti si è ripreso il centro della scena (ma anche della sceneggiata) grazie alla campagna elettorale nel Mezzogiorno tutta a difesa del reddito di cittadinanza. “Siamo la seconda forza politica e la prima forza si opposizione, per cui faremo un’opposizione importante, consapevoli della responsabilità che abbiamo, anche di fronte all’Europa”, ha detto Debora Serracchiani domenica sera, evitando accuratamente tuttavia di ammettere le responsabilità del Pd nella gestione della campagna elettorale. Ha parlato però di quel che accade nel centrodestra: “Anche nel campo della destra, credo che una riflessione sul risultato della Lega andrà fatta”.

E Calenda e Renzi? Ha riservato commenti da post partita anche per loro, Serracchiani. Il Terzo polo “non ha raggiunto l’obiettivo previsto, non ha ottenuto il risultato che aveva prospettato”. Insomma sembra quasi che il Pd abbia vinto le elezioni. A un certo punto ha pure detto che il centrodestra non è maggioranza nel Paese. Invece le responsabilità del Pd sono molte. Il campo largo non è mai nato, l’alleanza repubblicana in difesa della Costituzione più bella del mondo nemmeno. Letta ha passato un’estate a costruire il campo stretto della sinistra-centro, senza Carlo Calenda, Matteo Renzi e Beppe Conte, ma Sinistra italiana, Verdi e Articolo 1. L’apoteosi della sinistra minoritaria. Anziché realizzare per davvero la coalizione in difesa della Costituzione il Pd ha preferito la via dell’alterità sinceramente democratica. Di Renzi non si fida, Letta, quindi ha detto no a Italia viva. Con Calenda ha provato a fare un accordo che però è durato 24 ore. Conte ha fatto cadere il Governo Draghi, quindi no anche al presidente del M5s. Politicamente e culturalmente subalterno al populismo dei 5 stelle, al Pd manca un’identità. Per questo c’è chi nel Pd pensa già al congresso e a Elly Schlein (donna, di sinistra) per il dopo Letta. (Public Policy)

@davidallegranti

(foto Daniela Sala / Public Policy)