Mentre la casa va a fuoco, c’è qualcuno con le idee chiare: Letta

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Mentre sovranisti e neo-populisti esultano per la vittoria di Viktor Orbán in Ungheria, mentre Giorgia Meloni, in teoria atlantista Nato, in sostanza solidale con chi dice di aver vinto “contro Zelensky”, mentre Matteo Salvini si scorda di twittare sul massacro di Bucha, ma in compenso si lancia in congratulazioni per il “bravo Viktor” (“Da solo contro tutti, attaccato dai sinistri fanatici del pensiero unico, minacciato da chi vorrebbe cancellare le radici giudaico-cristiane dell’Europa, denigrato da chi vorrebbe sradicare i valori legati a famiglia, sicurezza, merito, sviluppo, solidarietà…”). Mentre insomma la casa va a fuoco, a oltre un mese dall’inizio della guerra in Ucraina, c’è chi ha assunto una posizione chiara nei confronti dell’invasione della Russia. È Enrico Letta. Il segretario del Pd ha detto fin da subito che bisogna stare dalla parte dell’Ucraina, contro Vladimir Putin, e ha colto un punto: “Quante altre Bucha ci devono essere prima di un embargo totale nei confronti del petrolio e del gas russo? Il tempo è finito”.

In effetti non si può pensare di sanzionare la Russia continuando a comprare dal Cremlino gas e petrolio con i cui proventi il Governo russo acquista le armi per attaccare l’Ucraina ma non solo. “Su politica estera e guerra Letta sta tenendo una linea importante, che condivido, dirimente”, dice a Public Policy il senatore del Pd Salvatore Margiotta, fin qui uno dei più critici insieme a Matteo Orfini – pur provenendo entrambi da componenti diverse – del rapporto fra Pd e M5s: “Conte cerca spazio con una posizione invece velleitaria, che oggettivamente rende complicato ritenerlo l’alleato principale del Pd. Il paradosso è che mentre nel Pd ci dividiamo sulla composizione del ‘campo largo’, lui si sfili da noi di sua iniziativa. Ed allora, senza strabismo a sinistra, può succedere che per fare un campo – meno che largo, ma certamente più omogeneo – sia necessario guardare al centro. Aggiungo che basterebbe rileggere la relazione programmatica del Conte 1, e quella di Draghi dell’insediamento, per vedere che grande distanza c’è tra noi e lui in materia di politica estera: pressoché ‘equidistante’ lui – d’altra parte i vice erano Salvini e Di Maio – fortemente atlantista e europeista Draghi”.

Insomma, dice ancora Margiotta, “su politica estera – a maggior ragione in momenti come questo – non si possono minimizzare le differenze di opinione. Non è come litigare su catasto e superbonus. Di Maio, al contrario è cresciuto molto, e da ministro degli Esteri è pienamente allineato dalla parte giusta, con Guerini, Draghi e… Mattarella”.

Naturalmente c’è un punto, osserva un’altra fonte parlamentare di Public Policy e riguarda la legge elettorale: “Il punto è strategico. O Letta decide di puntare davvero sul proporzionale o facciamo un guaio vero”. In che senso? “Mi pare chiaro che il campo largo, inteso da Calenda e Renzi a Fratoianni passando per Conte non esisterà. E che anche in versione più ridotta sarà un anno di distinguo e di competizione interna. Il centrodestra ha problemi analoghi (la distanza tra Meloni e Carfagna, per fare un esempio, non è minore di quella tra Calenda e Bonafede)”. Quindi, dice ancora la fonte a Public Policy, “hai due coalizioni che si tengono insieme solo per prendere il premio di maggioranza. In più con la distorsione della rappresentanza data dal taglio parlamentari. O questa cosa viene cambiata o altrimenti si produrrà una crisi di sistema insidiosa. E tralascio il non trascurabile tema di quanto ancoraggio internazionale del Paese sia solo parzialmente patrimonio comune dentro le due coalizioni”. Insomma, prima di inseguire i 5 stelle e fare una maxi coalizione serve “una innovazione del sistema politico”, con una “legge elettorale che compensi i guasti del taglio rimettendo al centro i partiti veri e liberi da vincoli”. (Public Policy)

@davidallegranti