“Potere senza responsabilità”,
un saggio sulla legittimità politica nelle democrazie occidentali

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ROMA (Public Policy) – Pubblichiamo di seguito un estratto dal capitolo 4 dell’ebook “Potere senza responsabilità. La crisi della legittimità politica, tra sfiducia nelle élite e miti populisti”, di Pietro Monsurrò, edito da Public Policy / Infoedizioni Srl, con la prefazione di Marco Valerio Lo Prete

Il saggio sarà disponibile da mercoledì 18 marzo in formato ebook su Amazon Kindle, e presto in versione cartacea, alla riapertura delle librerie dopo l’emergenza Covid-19. 

Pietro Monsurrò, nato a Roma nel 1979, ha un dottorato in ingegneria elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Appassionato di psicologia delle masse e teoria politica, scrive e ha scritto per Public Policy, Il Foglio, Stradeonline e l’Istituto Bruno Leoni.

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SUPERARE LA CRISI DELLA POLITICA

di Pietro Monsurrò

La crisi di legittimità delle democrazie occidentali ha varie cause, è esacerbata da tendenze naturali della politica, e può essere affrontata recuperando un rapporto di fiducia tra governanti e governati, trovando un terreno comune per il dialogo, moderando i toni, ostacolando i fanatici. La ragionevolezza è un bene pubblico: non ci sono incentivi a praticarla, dunque uscire dalla polarizzazione tribalistica è difficile. Ma se si collabora (discute civilmente) con chi è disposto a collaborare, e si punisce (critica, schernisce, ostracizza) chi non è disposto, è possibile instaurare un circolo virtuoso di “tit for tat.

Occorre punire in primis i membri della propria squadra, ponendo l’interesse nazionale al di sopra delle fazioni: questo implica però un paradosso del prigioniero, perché gli uomini formano squadre per collaborare, non per indebolirsi. La polarizzazione ha successo perché funziona, e contrastarla è complicato: funziona perché esistono un tipo di psicologia e di epistemologia che la rendono efficace (e che vanno contrastate), mentre non ci sono incentivi a essere razionali e informati (cosa pressoché inevitabile nella politica di massa, a meno di non lavorare su piccoli gruppi).

Il costo da pagare è ingente: si perde l’opportunità di credersi alfieri del Bene e guerrieri contro il Male, si perde sicumera, ci si riempie di dubbi, si devono abbandonare l’illusione di avere ragione, la possibilità di usare il sarcasmo contro gli “altri” e la sensazione di sentirsi protetti dai “nostri”. L’individuo che fa il primo passo sembrerà matto e verrà insultato, ma creando piccole oasi di buonsenso, ed espandendole collaborando con persone sensate, è possibile disinnescare la guerra civile in cui è decaduta la politica. Come nella “Logica dell’azione collettiva” di Olson, un gruppo deve essere utile ai suoi membri: e se c’è domanda di conversazione, la possibilità di avere una discussione sensata e informata è attraente.

Se l’obiettivo è ricostituire e ampliare il capitale politico, occorre superare le due visioni della politica che stanno rovinando la coesione interna a ciascuna comunità, e rischiano di rovinare i rapporti tra una comunità e le altre. Occorre superare il sovranismo (dottrina identitaria chiusa, monolitica, conflittuale), nella consapevolezza che una comunità è al suo interno complessa e diversa, e che le interazioni con altre comunità possono essere costruttive (commercio, alleanze…).

Occorre però anche superare il cosmopolitismo, dottrina astratta utopistica, che vede le comunità come inutili o dannose, anziché come unica base per la democrazia. Comunità che peraltro, nell’uno e nell’altro caso, non devono necessariamente corrispondere alle nazioni (in alcuni casi è meglio siano i comuni, in altri degli organi transnazionali), ma che per funzionare hanno bisogno di una società sufficientemente coesa, e non di una retorica che legittimi il sospetto di tradimento e slealtà; coesione che, al momento, esiste in pratica solo a livello nazionale.

L’errore del sovranismo è considerare una comunità politica di grandi dimensioni come una piccola tribù isolata; l’errore del cosmopolitismo è considerare l’intera umanità come un’unica comunità politica. Il livello di coesione necessario in una comunità di grandi dimensioni è ridotto, perché i beni pubblici che rimangono da produrre sono pochi, e, data l’elevata eterogeneità interna, i costi per accordarsi sono elevati. Ma un certo livello di coesione è sempre necessario, altrimenti la democrazia degenera nel tentativo di tutti di vivere a spese degli altri, alimentando sospetti, sfiducia, e conflitto. (Public Policy) 

@PPolicy_News