Il risiko commissari e i conti di Ursula: le partite ancora aperte a Bruxelles

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di Paolo Martone

ROMA (Public Policy) – La fumata bianca sui top job, ma il risiko dei commissari è ancora tutto da definire, e l’inizio della nona legislatura del Parlamento europeo, che tra una decina di giorni dovrà esprimersi sul nome scelto dal Consiglio per guidare la Commissione: sono queste le notizie e le decisioni principali assunte a livello Ue la scorsa settimana.

NOMINE, SUI COMMISSARI LA PARTITA È APERTISSIMA  

Chiusa la partita dei top job Ue – ma il nuovo capo dell’Esecutivo comunitario deve ancora ottenere il placet del Parlamento europeo – l’attenzione adesso si sposta sui commissari europei. La tornata di nomine ai vertici delle istituzioni ha premiato Germania e Francia, che hanno piazzato loro connazionali (Ursula Von der Leyen e Christine Lagarde) sulle due poltrone più ambite: le presidenze di Commissione e Bce. Il nuovo presidente del Consiglio europeo sarà Charles Michel, premier belga liberale, mentre come Alto rappresentante per gli Esteri è stato scelto il socialista spagnolo Josep Borrell. La quadra si è trovata al termine di un Consiglio europeo straordinario durato ben 3 giorni: il piano originario di Merkel e Macron prevedeva il socialista Frans Timmermans, attuale vice di Jean-Claude Juncker, alla guida della Commissione, e il tedesco Manfred Weber (in teoria, il candidato ufficiale del Ppe alla Commissione) come presidente del Parlamento europeo. Non era chiaro poi a chi sarebbero andati gli altri incarichi, a cominciare dalla guida della Bce, ma comunque il “pacchetto” è stato bocciato da una decina di Paesi (compresa l’Italia e il Gruppo di Visegrad) e da ampi settori del Ppe, protagonisti di una inedita rivolta contro la Merkel per rivendicare la guida della Commissione.

Ma Francia e Germania restano i kingmaker, con buona pace dei Governi sovranisti, che però hanno costretto Berlino e Parigi a modificare più volte i loro piani. Ma se Weber era indigesto (a Macron, al gruppo di Visegrad, ai Socialisti e ai Verdi), la cancelliera ha risolto l’impasse riuscendo a piazzare una sua fedelissima sulla poltrona di presidente della Commissione. Weber non lo era, anche perché fa parte della Csu, partito federato con i cristiano democratici tedeschi, mente la Von der Leyen è al 100% Cdu (è iscritta al partito dal 1990). Soddisfatta anche la Francia con Lagarde al timone dell’Eurotower, ed è una buona notizia che la stessa abbia espresso una visione di politica monetaria assimilabile a quella di Draghi. E l’Italia? Sul nostro Paese pendeva la spada di Damocle della procedura di infrazione per debito eccessivo; una minaccia che è stata scongiurata grazie all’assestamento di bilancio e al decreto Salva conti (che ha congelato 1,5 miliardi di risparmi da Reddito di cittadinanza e Quota 100), certificando 7,6 miliardi di minor deficit per il 2019. Il Governo ha sempre ribadito che nomine e procedura erano “due partite distinte”, ma è difficile non pensare che un’incognita di tal peso – la procedura – non possa aver minimamente condizionato l’Italia nel risiko delle poltrone. La sovrarappresentazione della passata legislatura Ue – con italiani ad occupare 3 top job su 5 – è archiviata, ma l’obiettivo di ottenere un portafoglio “di peso” nella Commissione a guida tedesca è assolutamente prioritario.

“Se fosse un commissario alla Concorrenza, significherebbe poter svolgere un ruolo strategico. Non mi pare che nella legislatura appena conclusa avessimo strumenti e ruoli per incidere nel cuore delle politiche economiche” ha detto il premier Giuseppe Conte. L’incarico indicato dal presidente del Consiglio sarebbe sicuramente adeguato alle aspettative, ma non è per nulla semplice da ottenere. A Roma, in virtù dell’exploit alle ultime europee, pare che si voglia concedere alla Lega l’onore di indicare un suo nome. Ma il Carroccio spesso si è schierato contro le decisioni assunte da Bruxelles proprio in materia di concorrenza, e a questo si somma la difficoltà di essere forza di opposizione nel Parlamento europeo (così come il Movimento 5 stelle). Ma qui la situazione appare potenzialmente fluida. “Voto a Ursula Von der Leyen? Dipende dal commissario che ci danno” ha detto Marco Zanni, eurodeputato e responsabile Esteri della Lega. Ipotetiche aperture arrivano anche dai 5 stelle; “Valuteremo con Di Maio e Conte” ha spiegato Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente dell’assemblea. Il nome che circola da settimane è Giancarlo Giorgetti (che però non sembra entusiasta), attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio e autentico “uomo macchina” di Palazzo Chigi, ma si parla anche di Gian Marco Centinaio, ministro delle Politiche agricole, di Lorenzo Fontana, titolare della Famiglia, e di Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Esteri e figura “tecnica”, che oltretutto ha già lavorato proprio nella Commissione.

Sullo sfondo anche altre figure, come Giulio Tremonti (non propriamente della Lega, ma comunque molto vicino) e l’ambasciatore Giampiero Massolo. “Giorgetti è un profilo adatto per il portafoglio alla Concorrenza, mentre Centinaio si occupa di altre materie quindi sarebbe più adatto al portafoglio all’Agricoltura, e Moavero è un profilo che piace molto ai circoli Ue ma, come ha detto Matteo Salvini, il commissario italiano sarà una persona molto vicina alla Lega se non addirittura della Lega. Questo penso escluda Moavero”, ha commentato Zanni. Tuttavia, il quadro si evolve di continuo, e ieri Matteo Salvini ha dichiarato che “l’Italia avrà un commissario che si occuperà di lavoro, un commissario italiano che si ricordi per cinque anni di essere italiano e di fare gli interessi dell’Italia”. Quindi, commissario al Lavoro e non alla Concorrenza? Staremo a vedere. Inoltre, sarebbe importante anche piazzare un italiano nel nuovo board della Bce (si parla di Fabio Panetta, attuale dg di Bankitalia). Mancano dieci giorni alla prossima plenaria di Strasburgo, che si terrà tra il 15 e il 18 luglio: in quell’occasione l’aula dovrà approvare (con almeno 376 voti su 751) la designazione di Ursula Von der Leyen come presidente della Commissione europea. Nel lasso di tempo che manca dovrebbe venir fuori il nome espresso dall’Italia e il relativo portafoglio, e forse sarà più chiaro se anche il Carroccio e il Movimento 5 stelle intenderanno votare la fiducia – e già solo questa è una notizia – alla fedelissima di Angela Merkel.

STRASBURGO RIPARTE, MA VON DER LEYEN DOVRÀ FAR BENE I CONTI 

Strasburgo ha riacceso i motori e si appresta a valutare la scelta dei leader Ue, che hanno designato il ministro della Difesa tedesco, Ursula Von der Leyen (Ppe), come presidente della Commissione europea. L’aula voterà la fiducia nella plenaria di metà luglio, ma tra i banchi serpeggia un certo malumore. Dal punto di vista della “democratizzazione” dell’Ue, c’è da dire che questa legislatura non è iniziata con il piede giusto: il meccanismo degli spitzenkandidat, ovvero dei frontrunner scelti dalle varie famiglie politiche come candidati alla guida della Commissione, è stato quasi completamente affossato dai capi di Stato e di Governo, che si sono ripresi l’onere che formalmente spetta solo a loro, indicando in totale autonomia il successore di Juncker. Evidentemente, gli attuali equilibri politici – e anche la figura scarsamente carismatica e aggregante di Manfred Weber – non permettevano di fare diversamente, ma la fedelissima di Angela Merkel dovrà stare molto attenta. Saranno decisive le prossime due settimane, dove si andranno ad individuare i vari commissari e si delineerà il futuro Collegio. Le trattative sono in corso, e si dovrà tener conto della nuova maggioranza che si vuole costruire, più larga che in passato: a Ppe, Socialisti e Liberali si dovrebbero aggiungere i Verdi, che ovviamente andranno accontentati in qualche modo. E la Von der Leyen non sembra raccogliere consensi: “Questa è la vecchia Europa: un accordo con candidati secondari che emergono per compiacere i leader nazionali di Germania, Francia e Spagna. Non è il cambiamento promesso agli elettori europei. Il Parlamento europeo non dovrebbe assecondarlo” ha detto Bas Eickhout, candidato di punta dei Verdi alle elezioni europee. Il ministro tedesco dovrà fare uno sforzo per provare a recuperarli, altrimenti dovrà attingere al gruppo Conservatore (Ecr) per puntellarsi. Sull’eventuale voto favorevole di Lega e Movimento 5 stelle, come detto, molto dipenderà dal commissario che verrà assegnato all’Italia.

Inoltre, c’è al momento un forte malcontento tra i Paesi dell’Est, che per ora sono rimasti completamente a bocca asciutta sulle nomine, e toccherà tenerne conto. Ma la Von der Leyen dovrà guardarsi anche dai suoi connazionali della Spd, che fanno parte del gruppo Socialista: nonostante a Berlino si governi in “grande coalizione”, la scelta della Von der Leyen – a scapito del loro spitzenkandidat, Frans Timmermans – proprio non sembrano digerirla. ”È una vittoria per Orban e compagni. Hanno stoppato Timmermans, che ha difeso lo Stato di diritto. Il processo degli spiztenkandidat è morto. Ursula Von der Leyen qui (a Berlino; Ndr) è il ministro più debole: questo sembra sufficiente per diventare capo della Commissione” ha dichiarato Martin Schulz (Spd), ex presidente del Parlamento europeo e sfidante di Angela Merkel alle ultime elezioni politiche in Germania. Insomma, c’è il rischio – al momento, concreto – che la figura scelta dai leader Ue non riesca a garantire una solida maggioranza (servono almeno 376 voti su 751): con un parere contrario dell’aula il Consiglio sarebbe costretto a presentare un altro nome, e il quinquennio 2019-2024 inizierebbe subito con un pesante intoppo.

Buona notizia per l’Italia è invece l’elezione di David Sassoli (Pd) alla presidenza del Parlamento europeo: eletto alla seconda votazione, solo il Pd, tra i partiti italiani, ha votato per lui; Forza Italia si è astenuta, Lega e Fdi hanno votato per Jan Zahradil (candidato dei conservatori Ecr), e il Movimento 5 stelle ha lasciato libertà di coscienza. C’è stata quindi una staffetta tricolore Tajani-Sassoli, oltretutto entrambi giornalisti. Nel suo discorso inaugurale il neopresidente ha sottolineato la necessità di riformare le regole del Trattato di Dublino, ma ha anche attaccato tutte le forme di nazionalismo: “Se siamo europei è anche perché siamo innamorati dei nostri Paesi. Ma il nazionalismo che diventa ideologia e idolatria produce virus che stimolano istinti di superiorità e producono conflitti distruttivi” ha scandito in aula. Nel corso di una successiva conferenza stampa ha affrontato anche il tema – politicamente caldo – delle Organizzazioni non governative: “Le Ong sanno che la porta del Parlamento europeo è sempre aperta. La apriremo ancora di più”. “Siamo su Scherzi a parte” ha commentato Matteo Salvini, e c’è da scommetterci che il rapporto a distanza con Sassoli sarà particolarmente vivace.

Ma l’avvio dei lavori parlamentari ha riservato una brutta sorpresa al ministro dell’Interno: Mara Bizzotto, eurodeputata della Lega, non è riuscita a diventare uno dei 14 vicepresidenti dell’aula. “Il cordone sanitario messo in piedi contro la Lega di Matteo Salvini, per evitare la mia elezione a vicepresidente del Parlamento europeo, è uno schiaffo alla democrazia e un vergognoso affronto contro 9 milioni di italiani che hanno votato la Lega facendola diventare il primo partito in Italia e in tutta Europa” ha detto l’esponente leghista intervenendo in assemblea. Episodio emblematico che fa ben capire quali sono i potenziali rischi per un eventuale commissario europeo del Carroccio: in pratica, c’è il pericolo di finire impallinato durante le serratissime audizioni preliminari, esattamente come successe nel 2004 a Rocco Buttiglione; è invece riuscito ad essere confermato tra i 14 vicepresidenti Fabio Massimo Castaldo, europarlamentare M5s. (Public Policy)

@PaoloMartone