Stallo Recovery-Qfp, tutto rimandato al vertice di dicembre

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di Paolo Martone

ROMA (Public Policy / Policy Europe) – Ungheria e Polonia (spalleggiati anche dalla Slovenia) resistono al pressing e mandano in tilt l’accordo su bilancio Ue e Recovery Fund. Il veto di Budapest e Varsavia alla condizionalità sullo Stato di diritto – come era facilmente prevedibile – non è venuto meno durante il Consiglio europeo di giovedì scorso in videoconferenza. Tutto rimandato al prossimo vertice, che si terrà il 10-11 dicembre a Bruxelles in presenza (salvo stravolgimenti dovuti al Covid), e si fa affidamento anche sul formato “tradizionale” per trovare un’intesa che permetta a tutti di cantare vittoria.

È però scontato che nei 20 giorni che ci separano dal prossimo Consiglio si farà di tutto a livello politico e diplomatico per avvicinare le parti, perchè un altro flop sarebbe davvero pesantissimo e certificherebbe l’impossibilità di avere i fondi Recovery nella prima metà del 2021. Ma come si è arrivati a questo scontro frontale? Alla base c’è la procedura di infrazione in corso, in base all’articolo 7 del Trattato Ue, contro Polonia e Ungheria per violazione appunto dello Stato di diritto (in sintesi, indipendenza della giustizia, libertà dei media e tutela delle minoranze).

La procedura potrebbe portare a sanzioni decise all’unanimità, con il Paese sotto accusa ovviamente escluso dalla decisione. E qui casca l’asino. Perchè Budapest e Varsavia possono salvarsi a vicenda: se ad esempio si volessero adottare misure contro la Polonia, l’Ungheria metterebbe il veto, e viceversa.

Quindi, per uscire da questo cul de sac e costringere i due Paesi a non venir meno ai principi Ue, si è creato un meccanismo ad hoc per legare rispetto dello Stato di diritto e fondi Ue, di cui Polonia e Ungheria sono da sempre beneficiari netti. A quanto pare, neanche questo sta funzionando, e tra i più irritati ci sarebbe la Francia, al punto che Parigi minaccia un accordo a 25 escludendo Varsavia e Budapest. Un’ipotesi estrema, che metterebbe i due Paesi con un piede fuori l’Ue, e a cui la Germania sarebbe decisamente contraria.

Già, la Germania: Angela Merkel (nella foto) si avvia a concludere il suo semestre di presidenza dell’Unione, e di certo non vuole che sia ricordato per lo stallo di un piano che, complessivamente, tra Recovery e bilancio comune, vale 1.800 miliardi di euro. Va da sé che farà di tutto nei prossimi venti giorni per evitare un simile scenario, forte anche del fatto che Polonia e Ungheria hanno assolutamente bisognodelle risorse comuni.

Guardando in casa nostra, l’Italia (maggior beneficiario del Recovery Fund, con 209 miliardi tra prestiti e sovvenzioni) resta in apparenza abbastanza ottimista. “C’è una prospettiva concreta di arrivare a una sintesi, e dunque all’adozione del regolamento sul Rrf (Recovery and Resilience Facility) in prima lettura durante la plenaria del 14-17 dicembre”, ha detto giovedì il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Ma al di là delle dichiarazioni ufficiali, bisogna ricordare che nella manovra 2021 il Governo già ha conteggiato le risorse Recovery, e quindi un incaglio del maxi piano Ue creerebbe notevoli danni (non solo a noi, ovviamente).

Tuttavia, indipendentemente dalla questione polacco-ungherese, l’Italia deve mettere nero su bianco il suo Piano nazionale di recupero e resilienza (Pnrr) per consentire alla Commissione Ue di esaminarlo ed erogare – dopo ovviamente l’accordo generale tra i leader, le ratifiche e la raccolta dei fondi sui mercati – la prima tranche, corrispondente al 10% delle risorse (circa 20 miliardi) nel 2021. Anche se il termine per presentarlo – la prima metà di gennaio -è ancora lontano, c’è attesa per le mosse di Roma.

Riuniremo il Ciae per un aggiornamento rapidamente e invieremo un ulteriore draft del Piano al Parlamento entro la fine di novembre“, ha annunciato Gualtieri, smentendo alcune ricostruzioni di stampa secondo cui l’Italia sarebbe in ritardo. “Una fake news inventata di sana pianta”, ha precisato Giuseppe Conte. Bruxelles tranquillizza e fa sapere che non c’è “allarme” o “irritazione”, mentre per il veto di Varsavia e Budapest il discorso è molto diverso. (Public Policy / Policy Europe)

@PaoloMartone