Twist d’Aula – Savona vs Draghi: certe storie non finiscono

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Per risalire alle ragioni ultime e originarie sull’assenza di un Governo e sul perché Paolo Savona non possa diventare ministro dell’Economia dobbiamo tornare a tempi in cui molti tra noi non erano ancora nati. Perché ci sono i curricula, le idee, le strategie e le tattiche, ma poi ci sono anche le persone, i caratteri, simpatie e antipatie, amori e odi radicati da sempre nel fondo dell’anima, quelli che la chimica impone, quelli che durano per sempre, anche a distanza di anni e di chilometri.

A Parlamento paralizzato, martedì scorso a Palazzo Koch, durante le considerazioni finali del Governatore – che hanno smontato punto per punto il contratto di Governo gialloverde – non si parlava d’altro.

Savona è un repubblicano di tradizione lamalfiana, un economista d’élite cresciuto nella scuola di Guido Carli, all’ombra di Bankitalia e di logge massoniche internazionali, uno dei Ciampi boys, suo ministro dell’industria, del commercio e dell’agricoltura. Insomma, un sardo della migliore scuola della Prima Repubblica che, quando parla, sa di cosa parla e come ne parla.

Allora perché domenica, dopo i costanti contatti tra gli uffici di Zampetti e quelli di Di Maio, il comunicato del professore, che doveva essere conciliante e pro-Europa è stato lasciato vago e pubblicato sul sito anti euro “scenarieconomici”, mentre precedentemente lo stesso Savona aveva annunciato le proprie dimissioni dal fondo Euklind sul Sole 24 Ore?

Perché i 5 stelle vogliono andare a Palazzo Chigi e la Lega alle urne? Anche, ma non solo. Bisogna dire che l’ottantaduenne ha il carattere dell’isolano, spigoloso e arcigno. E la memoria lunga, di quelli che le cose se le lega al dito. E ha la sua personale battaglia da combattere con “sdegnoso silenzio” e senza alcun passo indietro, come gli chiede qualche grillino. Quella con Mario Draghi.

I due si conoscono fin dagli anni Ottanta, in una storia di intrecci politici e istituzionali, di gelosie e invidie. Da una parte il presidente della Bce, sempre schivo e ponderato, equilibrista e trasversale, non sopporta l’esuberanza e i migliori titoli accademici del sardo. Dall’altra, Savona che invece non rinuncia mai alla scelta di campo, allo schiararsi, alle barricate, non accettava che anche Draghi fosse pupillo di Carli e Ciampi, come anche la sua capacità di restare sempre a galla, con Prodi e Berlusconi, con Dini, Amato e D’Alema.

Inoltre, nei 10 anni in cui Draghi è stato direttore generale del Tesoro (dal 1991 al 2001) litigarono spesso sui tempi e le tecniche per entrare nell’euro. Mentre Savona criticava i parametri di Maastricht, Draghi scriveva decreti perché lo Stato potesse usare i derivati e diluire i disavanzi pubblici.

Per citare un episodio. Quando “Super Mario”, dopo essere stato in Goldman Sachs, nel 2005 diventò governatore di Bankitalia succedendo ad Antonio Fazio, soppresse immediatamente l’Associazione Guido Carli, di cui, guardacaso, Savona era segretario generale.

Ad oggi, poi, dopo le randellate che il quasi ministro gialloverde ha tirato prima sull’euro, poi sul sistema di vigilanza bancaria – che indirettamente è sempre di competenza della Bce – e infine sulle regole monetaristiche di chiaro stampo teutonico, Draghi ha il timore che il delicato equilibrio raggiunto con Berlino sia a rischio nel caso in cui Savona approdi a via XX Settembre.

Mattarella, che non è un economista – e anzi appare più come un giurista, arbitro e notaio, che un politico in senso stretto – ha chiesto consigli in giro. In Italia qualcuno gli ha raccontato che Savona avrebbe fatto salire lo spread a 600 per poi ricattare gli investitori e l’Europa tutta. Poi in Europa, dove Emmanuel Macron, Jean-Claude Juncker e Angela Merkel si sono dichiarati scettici. E preoccupati.

Ma perché avevano tutti già parlato con Mario Draghi, colui che compra i bond degli Stati sovrani, decidendo quali, quanti e fino a quando. Colui che ha in mano l’euro e che, non a caso, ha aumentato gli acquisti di titoli italiani nelle ultime 48 ore. Colui che avrebbe messo il veto su Savona.

Il piano B dell’Italia sull’euro, infatti, non sarebbe stata solo una speculare replica di quelli già stilati dall’Eurotower e da Berlino, ma uno strumento assai pesante da mettere sul tavolo delle trattative. Una chiave negoziale che avrebbe messo in difficoltà sia i rigoristi tedeschi, sia la politica monetaria espansiva della Bce.

Che poi, autore di questa operazione fosse stato l’odiato Paolo Savona, per Draghi non era proprio possibile. Vedremo nelle prossime ore se per il sardo ci sarà un altro ministero. Certe storie non finiscono. (Public Policy)

@GingerRosh