Twist d’Aula – Condizionalità europee: non tutti i mali vengono per nuocere

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – “Magari”. Tra webinar pubblici e riservati, telefonate e sporadici incontri “in presenza”, è questa la reazione spontanea di molti imprenditori, funzionari e gran parte della classe dirigente quando si ipotizza che, in cambio di finanziamenti, Bruxelles possa porre all’Italia alcune “condizioni”, cioè alcuni obblighi a fare delle riforme. Perché altrimenti, si dice, le riforme non saranno mai fatte. Per cui non è detto che tutti i mali vengano per nuocere.

Mercoledì, per la seconda volta, Giuseppe Conte ha aggirato la battaglia parlamentare sul Mes trasformando le consuete “comunicazioni” che per legge si devono tenere prima di un Consiglio europeo in semplici…“comunicazioni”, così da aggirare il voto dell’aula. In particolare, a Palazzo Madama ha voluto evitare lo showdown con i 5 stelle, in crisi di identità consenso e spaccati al loro interno. Tuttavia, oltre ai giudizi di merito sullo strumento e sulle pregiudiziali ortottere, come e perché gli “aiuti europei” potranno essere erogati, è necessario inquadrare bene il tema.

Il Mes istituito nel 2012 non rientra nel diritto Ue, ma è una banca di diritto lussemburghese retta da un preciso Trattato intergovernativo, dove si prevede che gli aiuti vengono erogati “sulla base di una rigorosa condizionalità nell’ambito di un programma di aggiustamento macroeconomico e di un’analisi della sostenibilità del debito pubblico effettuata da Commissione Ue, Fmi, Bce”, cioè della Troika e non dall’Unione. Ora, in questa situazione di emergenza da ogni parte è stato specificato che sui 36,5 miliardi da usare per le spese sanitarie “non ci saranno condizionalità”. Il che è possibile, ma è un po’ interrogare l’oste sulla qualità del vino. Il concetto è semplice: difficile che ci vengano regalati soldi per farci quello che vogliamo, magari da distribuire in spese improduttive e clientelari.

In questa pandemia le istituzioni europee stanno facendo grandi passi avanti. La Bce li abbia già fatti, mettendo in sicurezza il nostro debito. Ma, oltre al già esistente Mes, per tutti gli altri strumenti (a partire dal Recovery Fund) sarà necessario dire “come” vogliamo spendere quei soldi. Non è cattiveria teutonica, né egoismo calvinista, ma legittimo realismo da parte di chi si assume una responsabilità.

Anche perché in passato non abbiamo dato una grande prova, spendendo i 48 miliardi di flessibilità che ci sono stati concessi negli ultimi quattro anni prevalentemente in spesa corrente (80 euro, quota 100, RdC). Soprattutto, a parte la riforma delle pensioni che ci ha salvato in corner nel 2011 (poi smontata pezzo a pezzo) e qualche minimo intervento sul mercato del lavoro (poi abiurato), in Italia le riforme sono ancora tutte da fare: burocrazia, giustizia, fisco, pubblica amministrazione, decentramento, produttività. La gran parte, più che di costi economici, è dolorosa politicamente. Per cui proprio la politica si è ben guardata dal prendersi responsabilità. Purtroppo, come ha spiegato Bankitalia, senza una crescita di almeno 1,5% punti di Pil, il nostro debito non sarà sostenibile. Per questo l’opinione che sta montando è proprio quella del “magari ci fossero le condizionalità europee, magari fossimo obbligati a fare le riforme”. D’altra parte, se per decenni non siamo stati in grado di autoriformarci, perché dovrebbe riuscirci questo Governo, o il prossimo?

In passato la teoria del “vincolo esterno” non ha funzionato granché. Dopo il 2008 si è tradotta in politiche di austerità rivelatesi pro-cicliche e che hanno aggravato la crisi. Gli interventi della Troika, come in Grecia, hanno avuti pesante ricadute sociali. Tuttavia ora le cose potrebbero essere diverse. I devastanti effetti economici della pandemia, ancora tutti da scoprire, ci impongono di agire in fretta. Ci impongono di trovare risorse. Ma anche di tornare a crescere. E per farlo abbiamo bisogno di interventi politicamente difficili. Per cui, perché non trattare con Bruxelles, già da ora, su quali riforme dovranno essere “obbligatorie”. Le idee non mancano… Dovremmo essere noi a dirlo all’Europa, non l’Europa chiederlo a noi. (Public Policy)

@m_pitta