Twist d’Aula – Cosa (non) è stato deciso in Ue. E perché è sbagliato parlare di “solidarietà”

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – L’Europa non esiste per solidarietà. Esiste – e prospera – solo per interesse. Lo dimostra l’esito del Consiglio europeo, dove sono stati approvati strumenti già esistenti – il Mes-light, il fondo Sure, gli investimenti Bei – per un totale di 540 miliardi disponibili già da giugno e finalizzati a sopravvivere a questa emergenza. Su ulteriori misure, come il Recovery Fund, si è solo parlato. D’altra parte, lo ha spiegato Angela Merkel al Bundestag: se si mettono insieme i fondi non si possono tenere separate le politiche fiscali. Semplificando, la disponibilità a condividere le risorse ci sarebbe anche, ma se poi i denari vengono buttati in spese inutili e clientelari, è difficile essere credibili. Ed è ipocrita chiedere una generica solidarietà.

Finora le istituzioni europee (Commissione, Parlamento, Bce) hanno dato risposte rapide e incisive. Oltre a Bei, Sure e Mes sono stati cancellati il Patto di stabilità e il divieto di aiuti di Stato, mentre l’Eurotower ha stanziato, nel solo 2020, 1.100 miliardi di acquisti aggiuntivi (750+210+140), oltre ad aver rimosso tutti i vincoli all’acquisto di bond (la durata, il capital key, il rating dei bond). Passi da gigante, senza i quali il nostro spread e il nostro debito sarebbero ancora più sotto pressione. Il punto è cosa decideranno i Governi europei, per l’adesso e per il futuro. Perché al di là delle Alpi si domandano se ci si possa fidare di un Paese che anche durante questa emergenza, nel ‘Cura Italia’, si ostina bruciare soldi in Alitalia, che negli ultimi cinque anni ha usato 48 miliardi di flessibilità per gli 80 euro e il reddito di cittadinanza, il cui debito pubblico è l’unico aumentato costantemente, la cui crescita è anemica, la produttività zero, in cui non sembra esserci verso di un cambio di passo.

Anche nel Nord Europa sanno che l’Europa è un vantaggio. Ma questo non vuol dire che si possa invocare e ottenere aiuto in nome di una ideale fratellanza. Anche perché l’obiezione è semplice. Tutto quello che stiamo spendendo, viene da Bruxelles (il dl Liquidità, per esempio, è a saldo zero). E poi, se la Germania spende in sanità il 9,5% del Pil e noi solo il 6,5%, se loro hanno 28mila posti di terapia intensiva e noi solo 5.100, se loro si sono organizzati e noi no, perché dovrebbero darci una cambiale in bianco, un assegno a fondo perduto? Certo, possiamo ricordare a Berlino o all’Olanda i loro errori, ma diventa un gioco di specchi che ci vede perdenti. Piuttosto, dovremmo ricordargli perché hanno bisogno di noi senza invocare una non definita “solidarietà”, né giocare al ricatto: “o gli eurobond o facciamo da soli”.

Invece, sarebbe utile ricordare che c’è il rischio che il prossimo famigerato Piano Marshall, ce lo possa offrire qualcun altro, Mosca o Pechino. Ma che noi preferiremmo, invece, rafforzare l’Europa. E che abbiamo un piano, o almeno l’intenzione, per spendere i prossimi denari in investimenti e non in qualche mancetta elettorale. Invece siamo arrivati a questo appuntamento europeo pretendendo aiuto e lamentandoci di non ricevere quanto richiesto. Arrivando quindi perdenti al tavolo dei negoziati. Oltretutto, per non prestare il fianco alle opposizioni, in patria è stato fomentato l’antieuropeismo. Un approccio con qualche limite, specie intendiamo l’Europa non come sommatoria di interessi nazionali – io do a te e tu dai a me – ma come interesse comune, quello di conservare e difendere lo spazio politico con il più alto livello di garanzie e diritti.

E poi dobbiamo smetterla di ammiccare ai cinesi. Nel suo intervento alla Camera in vista del Consiglio europeo, quasi da leader dell’opposizione, Giorgia Meloni ha solo detto a Giuseppe Conte che, a forza di frequentare i cinesi, “si è convinto di avere gli stessi poteri di Xi Jinping”, tirando un sasso al legame che dai 5 stelle, passando per il Vaticano, arriva fino a Pechino. Ha poi ha tracciato lo scenario delle trattative a Bruxelles, i nostri punti di forza e i nostri punti deboli. C’è chi teme lei sia il cavallo di Troia per far saltare l’euro e l’Europa. Ora, a parte che ha meno legami con Mosca e meno #noeuro al suo interno rispetto alla Lega di Salvini, su un concetto non ci possono essere dubbi. Non si va in Europa da buonisti, pietendo aiuto. Si va come parte integrante di un progetto. Ci si mette al tavolo per “negoziare, negoziare, negoziare”, come la seconda forza industriale del Continente. (Public Policy)

@m_pitta