Twist d’Aula – Autonomia. Non è solo questione di soldi

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Potremmo chiamarlo un ritorno di fiamma, una ricaduta, una minestrina riscaldata, ma sta di fatto che le ambizioni di decentramento sono tornate di moda. Anzi, nel cuore della discussione, visto che Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna potrebbero a breve ottenere l’autonoma gestione su 23 materie oggi di competenza statale o “concorrente” (scuola, sanità, ambiente, rifiuti, commercio estero, infrastrutture stradali e ferroviarie, porti e aeroporti, demanio, sistema camerale e molto altro). E la Lega, tutta e non solo Salvini, la vuole profondamente. Ed è per questo pronta a cedere su altre proposte grilline, come la riforma idrica statalista in discussione alla Camera. Qualcuno dice i leghisti sarebbero pronti a cedere perfino sulla Tav, almeno per un po’.

Naturalmente la questione dell’autonomia è una questione di soldi, perché in base a come verranno assegnate le risorse corrispondenti alle nuove competenze – costo storico o fabbisogni standard? – qualche Regione diventerà più ricca e, conseguentemente, qualcuna più povera. A tale scopo, sarebbe comunque utile nominare il nuovo presidente della Commissione tecnica per i fabbisogni standard, vacante da 8 mesi. Ma, a parte i quattrini, sarebbe poi anche complicato avviare regionalismi differenziati senza un Senato delle Regioni (e non una conferenza Stato-Regioni), cioè uno spazio istituzionale di compensazione. Qualcosa che è mancato in tutta questa stagione federalista, il cui bilancio non è positivo, però, anche per altri motivi.

La regionalizzazione, per esempio, ha sottomesso la sanità alla politica locale, spesso meno brillante di quella nazionale. E nonostante la spesa sanitaria sul pil sia oggi in linea con la media Ocse (8,8%), negli ultimi anni è aumentata quella privata (+7,2% nel 2018) perché i cittadini cercano lì ciò che il pubblico non può offrirgli. Allargando l’inquadratura lo scenario poi è imbarazzante: la spesa sanitaria è passata dai 42 miliardi di euro del 1990, ai 60 del 2000, fino ai 115 attuali. In pratica, nel decennio precedente la regionalizzazione è cresciuta del 19,3%, mentre in quello successivo del 70%.

Poi, non è difficile ignorare che prima del 2001 l’Oms mettesse la sanità italiana al secondo posto nel mondo, ma piuttosto le larghe sacche di inefficienza a fianco a poche punte di eccellenza. La creazione di 20 sistemi sanitari diversi (di cui quasi la metà sono stati commissariati) oltre a complicare i processi decisionali e moltiplicare le procedure amministrative, ha lasciato campo a gestioni clientelari delle Asl – nomine, acquisti, appalti – con la spesa che è esplosa e i servizi che sono peggiorati.

La propaganda del “portiamo il potere vicino al cittadino” ha rappresentato la fine della correlazione tra prelievo e servizi e della divisione fra controllori e controllati. E ha prodotto un contenzioso paralizzante tra Stato e Regioni (1500 conflitti costituzionali, uno ogni 3 giorni). Ora, non c’è bisogno di tornare alle mutande verdi e alle spese pazze dei consiglieri regionali, ma riflettere su un punto: le Regioni sono nate nel 1970 per “costituzionalizzare” e garantire un po’ di potere al Pci, affievolendo quella “conventio ad excludendum” che avrebbe potuto incoraggiare tendenze eversive. Ma sono un ente fittizio, artificioso, mentre la storia italiana è storia di territori più piccoli, di province, di città-Stato.

Tuttavia, per correre ai ripari, si è provato ad “abolire le province”, ma questa ancora conservano competenze su 130mila chilometri di strade e 5100 edifici scolastici, oltre ai centri per l’impiego e qualcosa su caccia e agricoltura. Capacità di spesa di soldi finanziati e una accoutnability davvero modesta. Se esiste. Ora, questa battaglia è fondamentale per la Lega. E fa il paio con la lotta all’Unione europea visto che, come diceva Kelsen, non esistono due federalismi, uno infrastatale e uno sovrastatale. Ma la regionalizzazione è un pallino anche della “rossa” Emilia Romagna, a dimostrazione che la sbornia federalista ha colpito un po’ tutti. E ancora non è scesa. (Public Policy)

@m_pitta