Twist d’Aula – Verso un futuro di deglobalizzazione regionalizzata

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Effetti del conflitto. In Italia molte voci, anche istituzionali e governative, chiedono una revisione del Pnrr affinché sia più focalizzato su energia e infrastrutture. In Europa si ragione su come eventualmente riprogrammare la transizione ecologica. In Germania, il ministro delle Finanze Linder prova a rimettere in campo, in versione più leggera, l’accordo di libero scambio transatlantico (Ttip). Un cambio di rotta rilevante c’è stato in tutta Europa sulle politiche (e le spese) per la difesa. Gli equilibri energetici sono in smottamento. Si potrebbe poi aprire una crisi alimentare, specie nel Nord Africa, con effetti più dirompenti delle guerre del pane esplose nel 2011 come antipasto delle primavere arabe. Le conseguenze a lungo termine dell’invasione russa dell’Ucraina saranno insomma profonde. Economiche, quindi sociali e politiche. Sulle scelte strategiche qualche correzione in corsa è già stata fatta, ma molte altre potrebbero arrivare.

Forse si può parafrasare Mark Twain e dire che la notizia della morte della globalizzazione è grossolanamente esagerata. Tuttavia la storia a cui abbiamo assistito nel 2021 – mancanza di materie prime, strozzature nel commercio internazionale, prezzi in crescita – si sta ripetendo in versione amplificata in questo 2022. Gli scambi commerciali internazionali sono passati dai 2.000 miliardi di dollari annui del 1980 ai 19.500 del 2018, ma il protezionismo prima e il Covid poi hanno rallentato un processo che sembrava inarrestabile. Ora il conflitto in Ucraina può rappresentare la definitiva accelerazione di una dinamica già avviata che potrebbe condurre a una regionalizzazione dell’economia. La geopolitica, infatti, influirà molto più di prima nelle relazioni commerciali tra i Paesi e fare affari con Russia e Cina non sarà più la stessa cosa. Accorciare le supply chain, anche a fronte di costi crescenti, potrebbe garantire un maggiore livello di certezza.

Insomma, l’effetto più evidente lo potremmo vedremo su filiere industriali un po’ più corte, fonti di approvvigionamento diversificate, integrazione verticale del ciclo produttivo, nuova politica delle scorte e abbandono del credo del just in time. Soprattutto, conteranno più di prima le aree regionali. In Europa compaiono i primi indizi, dal chips act agli acquisti e stoccaggi comuni in ambito energetico. Forse anche con l’integrazione delle industrie della difesa. Dopotutto, i 27 Paesi europei hanno collettivamente una spesa militare quasi tre volte quella della Russia, senza però una capacità di deterrenza nemmeno lontanamente paragonabile.

Questo perché, oltre ad avere eserciti divisi, hanno 27 enti di procurement diversi, sistemi d’arma ed equipaggiamenti differenti, industrie, investimenti e percorsi di ricerca e sviluppo spesso in concorrenza. Solo per dare un numero, l’Unione conta 147 sistemi di difesa, gli Usa 34. Celebrare il funerale della globalizzazione potrebbe essere prematuro, oltre
che una concessione a Putin che sa che la sua Russia è più forte in mondi ristretti e più debole in mondi allargati (la Cina, per esempio, ogni anno cresce quanto il pil di Mosca). Tuttavia andiamo incontro ad una fase nuova. Tanto più accelerata e profonda quanto più parleremo di stagflazione. Una sfida che riguarda in particolar modo l’Italia, sia perché
cerniera tra Est e Ovest, sia perché a destra come a sinistra (Lega e 5stelle)
serpeggiano sentimenti filorussi e filocinesi, sia perché abbiamo un enorme debito pubblico e l’economia più fragile d’Europa. Soprattutto, siamo un paese manifatturiero che, con domanda interna anemica da anni, si è aggrappato con forza dell’export. Che però, con la regionalizzazione della globalizzazione, si affaccia ora in territorio inesplorato e non privo di rischi. Forse è tempo di adeguare e rivedere obiettivi e strategie, anche quelli stabiliti recentemente nel Pnrr. Guardare anche verso l’interno e non solo all’esterno. Prima che ce lo imponga la realtà. (Public Policy)

@m_pitta