Un grande classico: la proposta per separare le carriere di giudici e pm

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ROMA (Public Policy) – Separare le carriere di giudici e pubblici ministeri, prevedendo due distinti ordini giudiziari. E stabilendo, anche, che l’esercizio dell’azione penale avvenga secondo “casi e modi previsti dalla legge”. È questo, in sintesi, l’obiettivo di una proposta di legge popolare incardinata la settimana scorsa in commissione Giustizia alla Camera.

Secondo il relatore del provvedimento, Francesco Paolo Sisto (Forza Italia), l’intervento di riforma è indifferibile, in quanto “il principio della separazione tra magistratura giudicante e requirente è già insito nella Carta costituzionale, alla luce dei principi del giusto processo sanciti dall’articolo 111 che riconosce infatti la parità delle parti del processo davanti ad un giudice terzo e imparziale”.

Necessario, quindi, “riconoscere formalmente una differenza di posizione tra giudice e pm già esistente, nella consapevolezza che la separazione delle carriere non debba essere un fine quanto uno strumento rivolto a conseguire un dibattimento giusto ed equo”.

In sostanza per il relatore si tratta di scongiurare “le eventuali conseguenze negative che potrebbero derivare da una innaturale vicinanza professionale”. I pm, in ogni caso, continueranno ad essere magistrati e a godere delle garanzie di autonomia e indipendenza proprie dei giudici, pur appartenendo a un ordine giudiziario distinto.

MAGISTRATURA REQUIRENTE E GIUDICANTE

La proposta popolare, al fine di separare le carriere di giudici e pm, riforma molte norme del titolo IV della Costituzione. Anzitutto si prevede la separazione formale dell’ordine giudiziario in due distinte categorie: la magistratura giudicante e quella requirente.

Conseguentemente nascono due distinti organi di autogoverno, uno per la magistratura requirente e uno per quella giudicante. Entrambi, chiaramente, sono autonomi e indipendenti e il presidente della Repubblica è chiamato a presiedere entrambi.

Prevista anche la modifica della composizione dei membri elettivi dei due istituendi Consigli superiori, rispetto a quello unitario esistente, passando dall’attuale prevalenza numerica della componente togata, corrispondente ai due terzi, alla sua parificazione rispetto a quella laica, di nomina politica (ovvero la metà dei membri sarà scleta dal Parlamento in seduta comune, tra i professori ordinari in materie giuridiche e gli avvocati con 15 anni di esercizio della professione). I Csm, giudicante e requirente, operano comunque come organismi corporativi e autocratici.

Sarà la legge ordinaria, invece, a prevedere i criteri di scelta dei magistrati costituenti la componente togata dei due organi di autogoverno. Muta, nel rispetto dello spirito della riforma, anche la disciplina dell’accesso alle rispettive carriere, essendo previsti concorsi separati.

Sancita, anche, la possibilità di nominare, a tutti i livelli della magistratura giudicante e non più solo per Cassazione come oggi, avvocati e professori ordinari universitari di materie giuridiche al di fuori della selezione concorsuale, secondo disposizioni legislative. Sul punto, per il relatore, si dovrebbe “specificare nella disposizione costituzionale a chi spetti la nomina di avvocati e di professori ordinari di materie giuridiche”.

ESERCIZIO AZIONE PENALE DISCIPLINATO DA LEGGE

Tra le altro novità rilevanti previste nella pdl c’è l’articolo 10, che interviene sull’obbligatorietà dell’azione penale, limitandola ai casi e ai modi previsti dalla legge.

Sisto ha ricordato, sul punto, come un esercizio “non indiscriminato dell’azione penale, mirato al perseguimento delle fattispecie di reato più rilevanti, possa contribuire a scongiurare l’ingolfamento dei processi, rendendo più efficace lo svolgimento dell’attività giudiziaria”. (Public Policy) IAC