Caso Maresca e giustizia da riformare: paradossi e immobilismo

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Magistrato e consigliere comunale, si può: la legge lo consente. Catello Maresca, già pm anti-camorra nonché volto noto dell’opinionismo giudiziario televisivo, è appena rientrato in servizio dopo il periodo di aspettativa ai tempi della recentissima candidatura a sindaco di Napoli. Maresca, candidato di centrodestra, non è riuscito a battere Gaetano Manfredi ed è diventato consigliere comunale, in teoria quindi capo dell’opposizione. Ma è anche rientrato in servizio, grazie al via libera del Csm (11 a favore, 10 astenuti) assumendo il ruolo di giudice di Corte di appello a Campobasso. Non c’è un problema legale, c’è un problema di opportunità politica. Soprattutto per il centrodestra che da tempi non sospetti denuncia la commistione fra giustizia e politica. Andrebbe cambiata la legge, osservano tutti, e non da ora. Il Csm aveva anche proposto delle modifiche ma il Parlamento non è stato in grado di scrivere le nuove norme. Dice Enrico Costa, deputato di Azione: “Consigliere comunale a Napoli, consigliere in appello a Campobasso. In contemporanea. Il Csm tollera questa ‘convivenza’ per il candidato sconfitto a sindaco di Napoli. Ma, cosa ancora più grave, il Governo non pare intenzionato a chiudere le ‘porte girevoli’ toghe-politica”.

“Il Consiglio ha semplicemente applicato la legge in vigore, per la quale bisogna contemperare due diritti del magistrato, quello di rientrare nella propria funzione giudiziaria e quello di svolgere il proprio ruolo politico. Ma proprio su queste due esigenze deve intervenire il legislatore”, ha detto David Ermini, vicepresidente del Csm, in un’intervista a Repubblica. “Il Csm non può violare le leggi in vigore. Può tuttavia segnalare al Parlamento, come peraltro ha già fatto, una situazione che presenta evidenti anomalie e rischia di opacizzare l’immagine della magistratura… cosa di cui non c’è veramente bisogno. Segnalo che il Consiglio invoca la necessità di un riassetto legislativo della materia almeno sin dalla metà degli anni ’90, evidenziando la complessità del problema con un’ampia e approfondita risoluzione del 2010 alla quale hanno fatto seguito numerose delibere rimaste tutte inascoltate”.

La materia giustizia però viene affrontata dal Parlamento come al liceo facevano i candidati rappresentanti d’istituto con il campetto da calcio: tutti dicono di volerlo (il cambiamento della legge) ma poi nessuno fa niente. La ministra della Giustizia, intervenendo alla 23esima edizione di Atreju, organizzata da Fratelli d’Italia, ha specificato che farà proposte alle forze di maggioranza perché “un caso come quello non possa mai più ripetersi. Che un giudice svolga contemporaneamente funzioni giurisdizionali e politiche non deve accadere perché c’è una stella polare, l’indipendenza, che deve essere non solo praticata ma percepita. Non è importante se si tratti di cariche elettive di carattere locale. Non ci può essere il contemporaneo esercizio delle funzioni”. A niente sono servite le argomentazioni dei colleghi di Maresca.

Ci sono anche dei curiosi paradossi: chi ha votato a favore del ricollocamento di Maresca chiede oggi una modifica sostanziale della legge per evitare il ripetersi di casi analoghi. I consiglieri togati del Csm di Magistratura indipendente, Maria Tiziana Balduini, Paola Braggion, Antonio D’Amato e Loredana Miccichè hanno scritto ai colleghi spiegando le motivazioni del loro voto a favore sulla delibera di ricollocamento in ruolo di Maresca, che “in applicazione della normativa vigente e della circolare del Csm, è stato destinato alla Corte d’appello di Campobasso con funzioni di consigliere”. Nella comunicazione inviata ai colleghi magistrati, i togati di Magistratura indipendente spiegano che “nel sistema normativo vigente (art. 60 della legge 267/2000, cd Testo unico enti locali), il magistrato non è eleggibile a sindaco o consigliere comunale nel territorio nel quale esercita le proprie funzioni, salvo che venga collocato in aspettativa prima del giorno fissato per la presentazione delle candidature. Non è prevista nessun’altra causa di ineleggibilità o di incompatibilità con la funzione giurisdizionale. Secondo il sistema normativo attuale, dunque, il magistrato può ricoprire la carica di consigliere comunale se svolge le funzioni giurisdizionali in un territorio diverso”. La circolare del Csm sulla mobilità, sottolineano i togati di Magistratura indipendente, “è evidente che non può modificare le norme primarie”.

In particolare, l’articolo 126 stabilisce che “il magistrato chiamato a ricoprire una carica pubblica nelle amministrazioni degli enti locali o delle regioni in posizione di aspettativa, può chiedere, al fine di espletare il mandato o l’incarico amministrativo, in alternativa alla permanenza fuori ruolo, di essere assegnato ad una sede vicina, così come è avvenuto. Ben comprendiamo i profili di criticità che il caso può determinare. Più volte in plenum ci siamo espressi chiedendo interventi chiari e più stringenti del legislatore circa l’ingresso in politica di magistrati e soprattutto sul loro rientro in ruolo, sul cosiddetto fenomeno delle ‘porte girevoli’. Rileviamo però che l’auspicato intervento riformatore dei rapporti magistratura e politica non è ancora intervenuto, nonostante le ripetute sollecitazioni provenienti, in misura unanime, da tutta la magistratura associata e da tutte le componenti consiliari. Rimandiamo, in proposito, al parere favorevole da noi votato sul progetto di riforma dell’ordinamento giudiziario (cd. ddl Bonafede), regolante in misura molto stringente i rapporti tra magistratura e politica, che introduceva, ad esempio, l’ineleggibilità senza deroghe nel territorio in cui si esercita la giurisdizione. Abbiamo quindi deciso di riaprire istituzionalmente il dibattito con le autorità competenti, chiedendo al Comitato di presidenza che venga discussa e adottata presso la Sesta commissione una risoluzione sul tema dei rapporti tra politica e magistratura. Rileviamo però che, allo stato, siamo tenuti ad applicare la normativa vigente. Non comprendiamo, quindi, le posizioni di astensione registratesi sulla delibera Maresca: facile comprendere che se tutti i componenti del Csm si fossero astenuti, il rientro in ruolo sarebbe stato negato, con conseguente sicura impugnazione e riforma della delibera da parte del giudice amministrativo. Riteniamo, da magistrati, di essere soggetti alla legge, anche se non sempre concordiamo con il suo contenuto e con le relative conseguenze. Questa è la responsabilità che impone il nostro ruolo, anche al Csm. Noi ci siamo assunti la responsabilità di una scelta dovuta, anche se scomoda o impopolare. Il resto ci sembra facile demagogia”. (Public Policy)

@davidallegranti