Si muore in carcere, ma ai partiti non importa //Nota politica

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Uno dei grandi temi assenti di questa campagna elettorale è il carcere. Ai partiti non interessa parlarne, salvo sporadiche eccezioni. Eppure secondo un dossier di Antigone, nei primi otto mesi del 2022, 59 ristretti si sono tolti la vita. Più di una persona ogni quattro giorni. “Sin dall’inizio dell’anno il fenomeno ha mostrato segni di preoccupante accelerazione, fino a raggiungere l’impressionante cifra di 15 suicidi nel solo mese di agosto, uno ogni due giorni. A due terzi dell’anno in corso, è già stato superato il totale dei casi del 2021, pari a 57 decessi”, osserva Antigone. I numeri di quest’anno “generano un vero e proprio allarme, non avendo precedenti negli ultimi anni. Non è facile trovare delle spiegazioni. Non è neanche facile trovare delle soluzioni. Di questo ne siamo consapevoli. Sappiamo anche che la vita carceraria è dura, genera sofferenza, esprime solitudini, produce desocializzazione e malattie. Va fatto tutto il possibile per modernizzarla, renderla più a misura di donna o uomo, per ridurre la distanza tra il dentro e il fuori”.  In carcere, calcola Antigone, ci si uccide 16 volte in più rispetto alla società esterna.

Poche settimane fa a Verona c’è stato il caso di Donatella, 27 anni, che per andarsene ha usato il gas del fornello. “Se in carcere muore una ragazza di 27 anni così come è morta Donatella, significa che tutto il sistema ha fallito. E io ho fallito, sicuramente…”. Le parole, contenute in una lettera letta durante il funerale, sono del magistrato di Sorveglianza Vincenzo Semeraro. Ma, appunto, a pochissimi interessa la vita dei ristretti: non portano voti e non portano consenso. A occuparsene sono i Radicali e qualche associazione che svolge un lavoro meritorio, da Antigone all’Altro diritto. “Il Terzo Polo  ha inserito nel programma la riforma del sistema penitenziario. Oggi le carceri sono luoghi dove ‘trascorrere’ la pena. Chi lavora lo fa quasi solo per l’amministrazione, senza apprendere attività utili quando uscirà. Inoltre 30% dei detenuti è in custodia cautelare”, ricorda il deputato di Azione Enrico Costa.

“I temi della pena e del carcere dovrebbero essere molto vicini al cuore e alla vita delle persone perché attengono al più critico dei rapporti fra stato e individui: la privazione della libertà personale. Una politica accorta dovrebbe occuparsene, un corpo elettorale accorto dovrebbe chiederne conto”, dice la filosofa del diritto Sofia Ciuffoletti, direttrice di Altro diritto e Garante dei diritti delle persone private di libertà personale del carcere del San Gimignano. Gli operatori e i volontari chiedono di allargare il diritto alle telefonate. “Dieci minuti a settimana di telefonate forse andavano bene nel 1975, ma oggi non bastano”, dice Antigone.

Proprio la settimana scorsa il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha denunciato il grande assente della campagna elettorale. Il carcere, appunto. “Che il carcere non sia un tema da campagna elettorale non è certo una novità. E non solo perché porta pochi voti e scarsi consensi, ma anche perché richiede uno sguardo ampio e prospettico capace di superare la tendenza di gran parte dell’attuale dibattito politico a guardare solo all’immediato. E soprattutto perché il tema del carcere è diventato ormai un terreno di scontro ideologico, tra chi è letto come ansioso di portare tutti fuori e chi è visto come desideroso di buttare via la chiave per sempre. Il carcere è diventato il simbolo di una battaglia disancorata dalla realtà fattuale, che si combatte in termini di slogan. Una bandiera da sventolare in nome della ‘durezza’ o della ‘compassione’”.

Il Garante nazionale invita i partiti a “un deciso cambio di rotta, liberando la riflessione dall’enfasi dello scontro ideologico e ragionando in termini di utilità e funzionalità, nel quadro delineato dalla nostra Costituzione. Soprattutto invita a inserire il tema nel contesto più ampio di come rispondere alle difficoltà del nostro ambito sociale e alle lacerazioni che in esso si sviluppano: se il diritto penale non è visto come strumento sussidiario insieme ad altri sistemi di regolazione sociale e se non riesce a costruire anche percorsi di positività, allora diventa inutile”. Articolo 27, appunto: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. (Public Policy)

@davidallegranti