Tutti i buchi del Recovery (secondo i tecnici del Parlamento)

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – “Se falliamo sul Recovery Fund andiamo a casa”, aveva detto Conte a settembre. E sul Recovery si è accesa la crisi di governo. Renzi aveva anche perfino detto che grazie a Italia viva era stato migliorato. Bene, ma alla fine, com’è il Piano nazionale di ripresa e resilienza, l’ormai celebre Recovery Plan, redatto dal Governo e presentato al Parlamento? Secondo il servizio studi di Camera e Senato non proprio perfetto, per usare un eufemismo. Anzi, nelle 35 pagine del dossier vengono sollevati tanti di quei dubbi che è difficile non definirla una sonora bocciatura.

Prima di tutto per “informazioni contenute nel PNRR in alcuni punti non del tutto conciliabili sul piano numerico”. Insomma, per i tecnici parlamentari certe cifre non tornano. Contando che si tratta del documento su cui si basare la ripartenza dell’Italia post pandemia, non proprio un buon viatico. Vengono poi sollevati dubbi sulle fonti di finanziamento. “Il Documento cifra in circa 309 miliardi l’importo delle risorse a disposizione, di cui 210,5 derivanti dal Next Generation Eu e circa 99 dai fondi strutturali 2021-2027. Ammontare di risorse – scrivono i tecnici – che deve essere presumibilmente inteso come ordine di grandezza”. Modalità spannometrica, dicono i maligni. Inoltre alcuni importi sono “solo in parte aggiornati” mentre non vengono inclusi alcuni dei fondi minori europei che invece dovrebbero esserci. A conti fatti, comunque, “il predetto importo (di 309 miliardi; Ndr) non coincide con il complesso di risorse che il PNRR prevede di utilizzare (223,9 miliardi)”.

Non solo. Oltre ai fondi europei previsti (quelli del Recovery and Resilience Fund), l’Italia avrebbe inserito nel Piano anche quelli destinati ad altro scopo (gli stanziamenti del React EU, di 13,5 miliardi). Vengono quindi aggiunte risorse che non dovrebbero esserci, tanto che “alcuni finanziamenti potrebbero non essere ammessi dalla Commissione Ue”. Inoltre, scrivono ancora i tecnici, nel Piano elaborato dal Governo si fa riferimento sia a interventi ‘nuovi’ (da sovvenzionare anche con l’anticipo di 21,2 miliardi del Fondo sviluppo e coesione) che ad altri già ‘in essere’, anche se per quest’ultimi “non sono peraltro del tutto esplicitati i criteri adottati”. Insomma, la gestione delle fonti di finanziamento sembra quantomeno fantasiosa. Un giudizio confermato se si intrecciano questi dati con i saldi di bilancio pubblico, tanto che per i tecnici appare opportuno segnalare “profili di possibile onerosità per la finanza pubblica”, visto che i prestiti determinano impatti sull’indebitamento netto dello Stato. L’ultima finanziaria, per esempio, ha messo in conto 37,9 miliardi di soldi europei che ancora devono arrivare. L’avvertimento è “reperire, nell’ambito del Def 2021, risorse aggiuntive di quelle messe a disposizione dalla Ue”. Perché forse quelle iscritte a bilancio non ci saranno.

In ogni caso, il dossier del Parlamento esprime dubbi per “la mancata definizione puntuale dei singoli progetti”. Pur non entrando nelle scelte politiche, i tecnici evidenziano mancanze sui progetti che intervengono sulla riforma del mercato del lavoro, sulle infrastrutture digitali, banda larga e 5G. Per la transizione verde ci sono poi meno risorse del previsto (il 31% del totale, a fronte del livello minimo del 37%), oltre a nessuna indicazione su come spendere i soldi per tale obiettivo. Ma le lacune, anzi i vuoti, sono ovunque, specie in temi su cui Bruxelles ci ha sollecitato: revisione dei sussidi ambientalmente dannosi, concorrenza, edilizia penitenziaria, infrastrutture stradali, retribuzione dei docenti e molto altro. Non c’è nemmeno un riferimento al superbonus al 110%, misura assai prioritaria per questa maggioranza.

Anche se la crisi di Governo ha fermato molte delle attività parlamentari, il Recovery Plan continua ad essere oggetto di esame nelle commissioni. E i giudizi negativi – come riportato da Public Policy – arrivano in sequenza. Tra le categorie del turismo (Assoturismo, Fiavet, Federturismo, Federalberghi, Federterme, Confturismo, Ciset), quelle dell’agricoltura (Confagricoltura, Cia, Coldiretti o Federpesca) o le altre audite finora non ce n’è una che abbia promosso il piano a pieni voti. Anzi. La settimana prossima iniziano il ciclo di audizioni in sede referente. Vedremo con che Governo, vedremo se qualcuno vorrà riscrivere il piano da zero. Per adesso il documento sui cui Mattarella il 6 settembre aveva chiesto una “approvazione rapida” perché rappresenta una “possibilità unica e forse irripetibile di interventi”, ecco, forse quel documento necessità ancora di qualche correzione. (Public Policy)

@m_pitta