Twist d’Aula – La caduta del grillismo

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Dopo una sospensione di oltre un anno, il decreto Dignità potrebbe finire in archivio. Si tratta dell’ennesimo colpo alle politiche dei 5 stelle. Alla prova del Governo, infatti, molte sono state le abiure grilline (la purezza, l’honestà, i due mandati, il non allearsi con nessuno, l’uno vale uno). Adesso, nonostante una loro permanenza in maggioranza, vanno disgregandosi quasi tutte le altre bandiere pentastellate, a cominciare da quelle economiche.

Il Governo Draghi, nel suo primo provvedimento economico (il dl Sostegni) aveva esteso fino al 31 dicembre la possibilità di prorogare e rinnovare i contratti a termine senza causali, sospendendo il decreto Dignità, quello che avrebbe dovuto “cancellare il precariato”. Nel prossimo provvedimento dovrebbero poi esserci fino a 2 miliardi per incentivare i contratti a tempo determinato. Un’impostazione antitetica a quella del dl Dignità, che invece rendeva il lavoro a tempo non solo meno conveniente, ma praticamente impossibile.

Ad allargare l’inquadratura, sul piano economico, le strategie che aveva impostato Di Maio come ministro dello Sviluppo economico non sono state rinnovate. Il bonus monopattini difficilmente verrà replicato. Quota 100, su cui i pentastellati hanno pure solo compartecipato, si avvia a scadenza. Lo sforamento del deficit con celebrazione dal balcone è un lontano ricordo. C’è poi il Reddito di cittadinanza – che forse resta l’ultima roccaforte di voti per i grillini – che ha mostrato il suo fallimento per quanto riguarda politiche attive e i navigator. Talvolta si è dimostrato strumento di frode, più spesso iniquo, tanto che in tempi di pandemia ha dovuto essere integrato e affiancato dal Reddito di emergenza (Rem).

Sul piano internazionale, il flirt con la Cina è divenuto imbarazzante. Le pulsioni antieuropee sono finite sotto il tappeto. Le foto con i gilet gialli dentro i cassetti. Sul piano interno non va meglio, con una guerra tra parlamentari e Rousseau che si avvia verso i tribunali, una ulteriore scissione in corso dopo che già un terzo dei parlamentari (circa 100) ha lasciato i rispettivi gruppi, un capo politico che manca da più di un anno e Giuseppe Conte che non riesce a dare identità a quanto rimane. Con un posizionamento che oscilla tra ambientalismo oltranzista di sinistra e cancellazione dei debiti fiscali tipico della destra.

Per tornare a cose più concrete, ai provvedimenti economici, sta pian piano franando anche quello del potere e delle nomine. Arcuri non è più commissario straordinario e, indebolito dalle inchieste giudiziarie, rischia di dover cedere la guida di Invitalia. In Cdp sono alte le quotazioni per un avvicendamento tra Palermo e Scannapieco. In molte altre partecipate il potere di influenza, specie in vista della tornata di 500 nomine da fare nelle prossime settimane, sembra in rapido declino.

La “congiunzione astrale con cui sono finiti al potere” – per citare le parole dei grillini intercettati dalla magistratura di Roma – sembra aver definitivamente imboccato il viale del tramonto. Il ritorno della competenza sembra il contrattacco definitivo. Come una squadra di calcio con un spogliatoio inquieto, che riesce a sopire i conflitti quando si vince ma vive nella burrasca, così i 5 stelle nel 2021 non fanno altro che litigare. Perdendo una dopo l’altra le loro bandiere. Vediamo quale sarà la prossima. (Public Policy)

@m_pitta