Twist d’Aula– Consob, abbiamo un problema

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Dopo più di 100 giorni, il problema della mancata nomina di un presidente Consob non è più solo politico, ma istituzionale. Perché le lotte interne alla maggioranza, quelle tra Quirinale, Bankitalia e Parlamento o le rassicurazioni non mantenute di molti pentastellati (“la nomina arriverà in pochi giorni”) passano in secondo piano rispetto al (mal)funzionamento dell’Authority di controllo sulla Borsa e sui mercati finanziari.

Dal 13 settembre 2018 la Consob opera sotto la presidenza vicaria di Anna Genovese, membro più anziano della Commissione. Giuridicamente legittimo, strategicamente inefficace. L’istituzione che garantisce risparmiatori e investitori, oltre all’attività di vigilanza, è infatti anche organo di indirizzo strategico per il mercato. E, in un momento di incertezza come questo, una linea chiara e definita sarebbe preziosa. Ma manca, come dimostrano le ultime condanne in materia di insider trading, puntualmente smentite dalla magistratura.

Consob e giudici sono a lungo andati a braccetto in passato, concordando su sanzioni e pene da infliggere, ma negli ultimi casi le decisioni della Commissione sono state ribaltate dai giudici. In particolare, la Corte di Appello di Milano ha cancellato la sanzione a Pietro Franco Tali, ex vicepresidente e ad di Saipem per abuso di informazioni privilegiate, mentre l’omologa di Torino, ha ritenuto che gli illeciti contestati a quattro dirigenti di Poltrona Frau durante l’acquisizione del pacchetto di maggioranza da parte della società americana Haworth non fossero dimostrati.

Questo perché le indagini dei funzionari Consob, che più di un operatore di borse giudica “leguleie e deresponsabilizzate” non possono e non vengono valutate nel loro contesto più ampio da un collegio privo del presidente. Insomma, manca la linea e chi la decide. Soprattutto, chi lavora nell’Authority è preoccupato della perdita di credibilità seguita agli scandali delle banche e della finanza. Tuttavia, una serie di sanzioni a tappeto non rende le istituzioni più forti. Anzi, per usare termini machiavellici, non si acquista rispetto e forse non si incute nemmeno timore se poi le decisioni vengono sistematicamente smentite.

Insomma, tutto fermo. Eppure dopo le dimissioni “spintanee” di Mario Nava – come mai il Quirinale ha smentito sé stesso, accettandole? Forse per paura di essere giuridicamente responsabile? – la soluzione sembrava ad un passo. I grillini autori della defenestrazione puntavano e puntano ancora su Marcello Minenna, ex assessore al Bilancio della giunta Raggi, sponsorizzato da Carla Ruocco, Elio Lannutti, Roberta Lombardi, Marta Grande e Massimo Castaldi.

Ma il nome non piace al Quirinale, timoroso di un’immagine troppo poco imparziale. E certo i suoi editoriali sulle criptovalute non aiutano. E non piace nemmeno in Bankitalia, perché il ruolo che oggi ricopre in Consob e le sue esperienze precedenti nei corridoi di via Nazionale sono ritenuti “insufficienti”. D’altra parte, il dirigente Magda Bianco era un nome “tecnico” non disprezzato dal Colle, ma con l’uscita di Salvatore Rossi per raggiunti limiti di età il 6 gennaio, nella Banca centrale si è aperto il valzer delle poltrone. E la partita è appena iniziata.

I grillini vogliono la guida della Consob sia per continuare la loro battaglia sulle crisi bancarie, sia come contraltare alla nomina di Blangiardo, in quota Lega, a presidente Istat. Ma Salvini gli contrappone sia Alberto Dell’Acqua, docente alla Scuola di Amministrazione alla Bocconi, sia Antonio Maria Rinaldi. Qualcuno, poi, ha fatto il nome di Donato Masciandaro, economista del Sole 24 Ore, che ha però la “colpa” di essere cresciuto alla corte di Mario Monti.

A questo punto la palla è a Palazzo Chigi. Cioè all’allievo di Guido Alpa. Lo stesso Giorgetti ha esplicitamente rinunciato a fare il kingmaker, indicando in Giuseppe Conte il titolare a decidere, di concerto con Mattarella. Il primo ha la possibilità di (ri)prendersi le sue prerogative. Il secondo di confermare nei fatti il discorso di capodanno. In fondo, più che politica, si tratterebbe di una soluzione istituzionale. Anzi, di restituire alle istituzioni il loro ruolo. Anche alla Consob. (Public Policy)

@m_pitta