Twist d’Aula – Coronavirus: ecco chi condanna la sanità regionalizzata (e perché)

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – “Prima di giugno è improbabile che si riesca a contenere l’epidemia e a chiudere l’emergenza” dice Walter Ricciardi, che dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è venuto a dare una mano al Governo italiano. Ma a microfoni spenti va anche ripetendo che la gestione “decentrata” dei primi giorni dell’emergenza – con ogni Regione che andava per conto proprio – ha provocato molte contraddizioni. E danni, con l’immagine dell’Italia che ne è uscita devastata.

Tanto è vero che, fino al 4 marzo, il Veneto ha fatto 10.515 tamponi, trovando 360 positivi (il 3,42%) mentre l’Emilia-Romagna solo 2.500, ma con 544 casi (21,76%). È evidente che le scelte sono state profondamente diverse, provocando risultati dalle sfumature schizofreniche e dalle ricadute sul livello centrale e sui media. E, di conseguenza, nell’opinione pubblica nazionale e internazionale. La punta dell’iceberg, questa, di una serie di decisioni scoordinate. Il Friuli Venezia-Giulia, per esempio, ha dichiarato lo stato di emergenza senza concordarlo con il Governo. Le Marche, invece, hanno chiuso le scuole in contrasto con quanto deciso da Palazzo Chigi. E si potrebbe andare avanti a lungo.

È vero, in passato la Consulta ha provato a rimediare in via giurisprudenziale sancendo la preminenza dell’interesse nazionale. Se ci sono rischi per l’incolumità dei cittadini, poi, lo Stato può sostituirsi alle amministrazioni locali (art.120). E il 4 marzo il Pd ha depositato una proposta che mira a costituzionalizzare la clausola di supremazia dello Stato. Interventi coerenti e ragionevoli, ma sostanzialmente tampone (perdonate il termine).

D’altra parte, il problema viene da molto più lontano e cioè da quando la sanità è stata “regionalizzata” con la riforma del Titolo V. Prima di allora, l’Oms metteva la sanità italiana al secondo posto nel mondo. Poi, la creazione di 20 sistemi diversi, oltre a complicare i processi decisionali e moltiplicare le procedure amministrative, ha lasciato campo a gestioni clientelari delle Asl (nomine, acquisti, appalti) con la spesa che è esplosa e i servizi via via peggiorati. Le uscite complessive sono passate dai 42 miliardi di euro del 1990 ai 60 del 2000, fino ad arrivare ai 120 attuali. In pratica, nel decennio precedente la regionalizzazione la spesa sanitaria è cresciuta del 19,3%, mentre in quello successivo del 100%. Cinque volte tanto.

Evidentemente qualcosa è andato storto. Forse perché le Regioni gestiscono la sanità per due terzi con fondi non legati al loro prelievo fiscale, quindi senza doverne rendere conto. E infatti numerose sono state commissariate. Inoltre, con 20 sistemi sanitari diversi sono sorti fenomeni distorsivi: dal “turismo sanitario” (soprattutto da Sud a Nord) ai “costi non standard”. Ma è in questa emergenza che lo scollamento del sistema è venuto fuori in tutta la sua gravità.

Purtroppo le Regioni, non previste in Costituzione, ma nate solo nel 1970 per consentire al Pci di avere qualche posto di Governo ed evitarne l’estremizzazione antisistema – non appartengono alla nostra tradizione, radicata piuttosto nelle città e nelle province. Ma con il Titolo V, varato dal centrosinistra allo scopo di sottrarre il tema del federalismo al centrodestra e alla Lega di Bossi, siamo riusciti a peggiorare la situazione. In molti modi, ma prima di tutto regionalizzando la sanità. Di cui ogni giorno scontiamo i danni. Oggi più che mai. (Public Policy)

@m_pitta