Twist d’Aula – Tempi e modi (sbagliati) della risposta alla crisi più grave di sempre

0

di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Nel 2009 l’Italia perse il 5,4% del Pil. Nel 1929 intorno al 7,5%. Per quest’anno il Mef prevede -8%, l’Fmi -9%, la Commissione Ue -9,5%. Tuttavia la stima più recente, quella di Goldman Sachs di martedì, dice -13%. Qualcuno ipotizza -20%. Rischiamo una crisi dalle “proporzioni bibliche” aveva scritto Draghi, suggerendo prima di tutto “rapidità”. E poi una strategia. Ma il messaggio non sembra essere arrivato. Il decreto che doveva essere di aprile il 20 maggio è stato finalmente pubblicato in Gazzetta. Se pensiamo che quasi tutte le misure del ‘Cura Italia’ di marzo ad oggi non sono ancora diventate realtà, c’è da essere preoccupati. Tanto più che l’iter parlamentare di conversione sarà tempestato di emendamenti (c’è un “tesoretto” di 800 milioni, ha svelato Public Policy) e che mancano i decreti attuativi. Tuttavia, ancor più grave del ritardo è la natura di un provvedimento marmellata che eroga soldi qui e lì, ma che di ‘Rilancio’ ha poco o nulla. Nonostante la gravità della situazione.

I 55 miliardi, infatti, si traducono in una serie di interventi di assistenza e sostegno. Alcuni dovuti, altri un po’ meno, come i tre miliardi ad Alitalia. Talvolta, come per il turismo, le risorse sono insufficienti. Altre volte i bonus sono immotivati (monopattini). A conti fatti, manca un indirizzo, una strategia oltre alla sopravvivenza. Tuttavia c’è un problema di risorse scarse. Quando finiranno, se l’economia non sarà ripartita, non ci sarà da pagare nemmeno la cassa integrazione (che pure fino a qui non è che sia proprio arrivata a tutti). Figuriamoci che potrebbe succedere in caso di nuova crescita dei contagi e nuovo lockdowm. Affidarsi al solo sostegno europeo può essere pericoloso.

Il debito pubblico è già salito intorno al 155% del Pil, ma potrebbe arrivare fino al 180%. Un problema che sarebbe arginabile se le risorse in deficit venissero usate per rilanciare la crescita, spingendo il denominatore di quel rapporto. Ma, fin qui, si è andati in direzione diversa. Assistenzialismo improduttivo. In tempi normali sarebbe grave. Adesso è letale. Soprattutto perché le cose non si sistemeranno da sole e i tempi di recupero sono indefiniti, tanto che per il presidente della Fed prima del 2021 non si torna alla normalità. Già a guardare alle riaperture a singhiozzo di questi giorni (con 3 negozi su 10 che restano chiusi) o a quello che succede nella Cina post- lockdown (dove all’economia manca almeno il 10% rispetto a prima) si capisce che l’auspicabile ripresa a V rischia di essere solo un miraggio. Specialmente per un Paese che, per trentennale crescita anemica, elevato debito pubblico accumulato e scarsa partecipazione al lavoro (23,4 milioni su 60), era già gravemente malato.

Ora il Covid sta per rendere nudo il re. Già nel 2011 siamo andati vicini al default. E riforme draconiane prima e l’intervento della Bce poi ci hanno messo una pezza. Ora che l’emergenza economica colpisce tutto il mondo, da noi diventa virulenta. E una crisi apparentemente simmetrica diviene asimmetrica. Perché, oltre ad una botta peggiore, l’Italia sconterà un rimbalzo inferiore. Soprattutto se non sarà in grado di mettere in piedi una strategia di rilancio. L’Europa interverrà, ma solo fino a un certo punto. Come dimostra la sentenza della Corte costituzionale tedesca, la Bce non potrà indefinitamente sostenere un Paese incapace di darsi una regolata, non fosse altro perché ogni Governo continentale ha la propria opinione pubblica a cui rispondere. Per cui, è vero, Berlino ci vuole in vita. Ma non senza condizione.

Siamo in una situazione inedita e gravissima. “E oltre un certo limite di caduta dell’economia non sappiamo quello che succede”, puntualizza un esperto manager della finanza, ora consulente a Palazzo Chigi. Purtroppo, le risposte del Governo non sembrano aiutare. Anzi, appaiono sbagliate nei tempi e, ancora di più, nei modi. O per l’assenza di un’idea. Eppure le proposte di indirizzo non mancherebbero: sospensione delle tasse, piano infrastrutturale, nazionalizzazioni. Alcune sono più sensate di altre, ma in una situazione come questa forse anche una sola di queste sarebbe meglio del pot-pourri messo in campo finora. (Public Policy)

@m_pitta