Twist d’Aula – Venezia, Ilva, Alitalia, Roma, Manovra. Il filo rosso dei senza futuro

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Acqua alta a Venezia, vicenda Ilva, crisi Alitalia, ma anche la monezza di Roma, la fuga della Fiat e, si parva licet, la plastic tax, le imposte su auto aziendali, merendine e molto altro. C’è un filo rosso, ormai diventato un gomitolo, che collega tutte queste vicende ed è la più totale incapacità di fissare una destinazione, un punto d’arrivo. Per cui, come per il marinaio che non ha un porto dove approdare, nessun vento è favorevole.

Per avere un’idea, basta guardare alla manovra. Dopo i mille annunci, la tassa sulle merendine è stata cancellata, quella sulla plastica è “da riformulare” (dice Gualtieri), quella sulle auto aziendali “da migliorare” (sempre lui…). Prelievi fiscali con motivazioni etiche, ma scarse prospettive economiche, su cui si fa dietrofront. E siamo ancora ad una fase preliminare dell’iter parlamentare della legge di Bilancio, per cui chissà cosa può succedere nelle prossime settimane su limite al contante e uso del pos (che per l’Upb possono fomentare nuova evasione) e tutto il resto. Sempre che il Governo regga.

Ma per passare dalle scaramucce ai drammi, prendete Venezia. Dopo 30 anni di dibattito, nel 2003 partono i lavori del Mose; è vero, senza controprova fattuale non sapremo mai se funzionerà, solo che l’opera è ormai alle fasi finali, per cui sarebbe folle lasciarla incompiuta dopo aver speso il 95% di quanto previsto (5,3 miliardi su 5,5). Purtroppo, dopo l’ondata di arresti che nel 2014 ha scoperchiato “il sistema Mazzacurati” e un breve interregno che ha provato a completare l’opera, il Governo Renzi decise di commissariare il Consorzio Venezia Nuova e da quel momento non si è andati avanti di un centimetro. Anche per Carlo Nordio, che coordinava le indagini della Procura di Venezia, quello fu un errore. E così, tra commissari dediti più al controllo che all’esecuzione dei lavori, i mille soggetti che non si parlano (Provveditorato, CVN, ministeri, Comune, ecc), tutto e rimasto fermo. E abbiamo dovuto vedere le calli allagate e piangere sull’acqua versata prima di nominare un’altra commissaria, Elisabetta Spitz, per concludere lavori che gli altri non sono stati in grado di terminare.

#parlatecidelmose, scrivono i grillini. Piuttosto, parlateci di una politica incapace di decidere. Ilva, per esempio, va chiusa? Perché è questa l’ambizione di molti 5 stelle, capeggiati dall’ex ministra del Conte1, Barbara Lezzi, fatta fuori dal Conte2. Bene, e cosa facciamo poi con le migliaia di lavoratori, con gli impianti da bonificare, con le nostre industrie che necessitano di acciaio, di cui siamo importatori netti? Non si tratta (solo) di decidere le responsabilità dei Riva o di qualunque altro Commissario, ma di avere uno straccio di idea di cosa fare del primo impianto siderurgico d’Europa. E invece, prima Conte, Lega e 5 stelle levano lo scudo, poi lo rimettono. Poi Pd, Conte e 5 stelle lo levano, ora sono disponibili a rimetterlo. Girando in tondo senza destinazione, mentre l’altoforno brucia. L’unica soluzione, a cui lavorano a Palazzo Chigi, è uno scudo generale per chi fa bonifiche ambientali. Bene, ma lavoriamo sempre sull’emergenza.

Per non parlare di Alitalia, costata finora 10 miliardi di soldi pubblici di salvataggi. Per arrivare a cosa? A niente. Solo per avere un’idea, l’ultimo prestito ponte approvato con il dl Fiscale è di 350 milioni di euro (siamo a 1,250 miliardi totali), ma per fare cassa è stata eliminata la flat tax per le partite Iva tra 65 e 100mila euro: guadagno di 250 milioni. E la tanto contestata tassa sulle auto aziendali? Per il Governo vale 300 milioni, per la Corte dei Conti assai meno. Insomma, si tratta di scelte di priorità e questo Governo, come i precedenti, ha preferito alzare le tasse per dirottarle sulla compagnia area tecnicamente fallita. La domanda è: per andare dove? Difficile, anzi improbabile, per un atterraggio morbido.

Nel caso Fca-Peugeot, di cui poco o nulla ci si è lamentati, la musica non cambia. Dopo aver sovvenzionato per decenni la Fiat, lo Stato italiano l’ha dimenticata, con il risultato che sotto il velo di accordi paritari la (ex) casa torinese ha delocalizzato impianti, spostato sede legale in Olanda, quella fiscale a Londra, ridotto i capitali italiani. Il tutto mentre lo Stato francese è ancora azionista con il 14,1% del Gruppo PSA. Così, mentre Macron era informato e consenziente dell’accordo, a Palazzo Chigi sono venuti a sapere della cosa solo una volta conclusa. Purtroppo, ormai da troppo tempo e da troppi Governi, nessuno sa come e cosa fare con la nostra industria automobilistica.

Insomma, destinazione sconosciuta e viaggi a vuoto. Perché se negli ultimi anni la politica era divenuta “cattiva”, adesso è totalmente scomparsa. E con essa ogni straccio di idea di futuro. Prendete il caso della monnezza a Roma: senza nuovi impianti – che i 5 stelle non vogliono – cosa si può fare? Continuare a depositare i rifiuti a Malagrotta, in Abruzzo o altrove? Li lasciamo per strada? Che poi, i Paesi davvero ecologici gli impianti li fanno e dai rifiuti ricavano ricchezza. Talvolta pure una pista da sci, come a Copenaghen. Si gioca tanto a fare gli antisistema, ma non si conosce nemmeno De Andrè, per cui “dal letame nascono i fiori”. E soprattutto, si lavora sempre e solo sull’emergenza, quando il problema diviene trend topic su Twitter. Senza nessun’idea di futuro. (Public Policy)

@m_pitta