Twist d’Aula – Per un pugno di euro. Il futuro passa dalla gestione dei fondi Ue

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Gli “Stati Generali” convocati a Villa Pamphili non sembrano poter essere poi tanto decisivi perché più che il “cosa fare” – in Italia lo si sa e lo si ripete da decenni – bisognerebbe innanzitutto capire “come realizzare” quelle riforme che servirebbero per la ripartenza del Paese. E questo lo può decidere solo il Governo, con il sostegno del Parlamento e delle forze politiche. Allo stesso modo, oltre a discutere di “quanti soldi” potrebbero arrivare dall’Europa, sarà importante capire sia “quando” arriveranno, sia anche “per cosa vorremmo usarli”. E, soprattutto, “chi” ne avrà la gestione.

Il prossimo vertice europeo è un passaggio decisivo per il Recovery Fund. Se e quando sarà definito, l’Italia avrà però bisogno di un piano per poter effettivamente spendere quei soldi, se e quando arriveranno. Lo stesso vale, eventualmente, per Mes, Bei e Sure (su cui almeno c’è l’accordo politico), come per i circa 200 miliardi di titoli italiani già comprati dalla Bce e finora usati dal Governo per gli scopi più disparati, dai monopattini ad Alitalia. L’erogazione dei nuovi finanziamenti sarà gestita da Bruxelles con norme stringenti e precise, ma in Italia dovrà esserci qualcuno che avrà poi materialmente la responsabilità di decidere dove e come spenderli: amministrazioni centrali, enti locali, oppure un commissario?

La domanda non è oziosa perché se si centralizza la gestione si possono anche immaginare procedure semplificate sul modello del Ponte Morandi. Se, invece, i fondi vengono assegnati alle molte amministrazioni è probabile che ci ritroveremo impantanati nelle tipiche lentezze di questo Paese, indipendentemente dagli annunci su presunte “semplificazioni” che dovrebbero arrivare. In qualche modo, insomma, sarà decisivo capire “chi” avrà in mano la gestione dei soldi europei e se la “politica” è pronte a rinunciare alla gestione e alla distribuzione di quel tesoretto. Si tratta di una questione fondamentale per le nostre chance di ripartenza economica. Ma, anche, per il quadro politico futuro.

Parzialmente usciti dall’emergenza sanitaria, la situazione è per il Governo ogni giorno più difficile: cassa integrazione e prestiti che non arrivano, faide interne alla maggioranza, il consenso che scende. La crisi economica è ogni giorno più pesante, tanto che si contano circa 20.000 posti di lavoro persi ogni 24 ore. La battaglia sulla data del voto regionale e del referendum a settembre (giocata sulla pelle della scuola) serve proprio a spostare in avanti un eventuale funerale dell’Esecutivo, nonostante al momento esso sopravviva per mancanza di alternative. Nelle sue eccezionali doti di galleggiamento, per sopravvivere all’autunno e scavallare al 2021, Conte spera che di fronte a una situazione critica sia possibile fare helicopter money con i soldi europei.

Tuttavia questi saranno pochi, in ritardo e anche maledetti, perché non verranno regalati o concessi senza condizioni. Tutta l’Europa è in crisi e anche altri Paesi avrebbero bisogno di liquidità. Ora, ammesso e non concesso che l’essere ancora una volta messi peggio di tutti gli altri, ma sempre too big to fail, possa indurre Bruxelles a concederci aiuti in via prioritaria, per i cosiddetti Paesi frugali come per chiunque altro è legittimo domandarsi: a chi sto mettendo in mano quei soldi? Saranno spesi bene o saranno sparsi a pioggia? Può Conte, sostenuto dai 5 stelle, realizzare ciò che è necessario, costi quel che costi? Sarà in grado di mettere a terra con coraggio quei soldi, così da invertire la rotta e far ripartire la crescita, oppure si continuerà con sussidi e politiche assistenziali? (Public Policy)

@m_pitta