Twist d’Aula – Fisco “salvo intese”, tra incentivi e sanzioni

0

di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Tra il decreto Fiscale che viene riscritto di continuo e la manovra “salvo intese”, in pochi giorni si è passati dal parlare di incentivi ai pagamenti elettronici al minacciare il carcere per gli evasori. Ora, è uscito fuori che il Governo deve trovare 12 miliardi di coperture dal fisco, di cui 3,2 dalla lotta all’evasione: missione complicata e difficile. A cui però si sta aggiungendo un approccio in stile “punitivo” che, da un lato, ha già fallito clamorosamente in passato e, dall’altro, aggrava il rapporto tra contribuente e fisco proprio quando questo andrebbe semplificato e alleggerito.

L’Esecutivo stima in almeno 110 miliardi l’evasione fiscale (36 di Iva, 34 di Irpef, 11 di contributi, più il resto), ma contando sommerso e lavoro nero, la cifra potrebbe triplicarsi. Diciamo che, considerata la vastità del fenomeno, è difficile risolvere la questione con qualche sanzione. Anche perché queste raramente funzionano. Già dal 2012 è in vigore l’obbligo di avere il pos, ma ciò non ha mai funzionato. Stavolta dovrebbe essere diverso solo migliorando il disposto normativo? Che poi, nella realtà, accade spesso che “non c’è linea”o “il terminale è rotto”.. Anche sul limite del contante, la soglia è stata alzata e abbassata altre otto volte negli ultimi 15 anni senza alcun successo. Per dire, in Germania il limite non esiste e nessuno trova in questo un canale di evasione fiscale.

Per cui, forse, meglio cambiare approccio. L’idea del “carcere” per gli evasori, poi, è affascinante. Ma sconta due problemi. Il primo è di natura pratica. Per individuare e punire gli evasori servono indagini processi, certezza della pena. Tutte cose rare in Italia, mentre è molto inflazionata la consuetudine di creare nuovi reati sull’onda dell’emozione, senza che poi cambi nulla. A parte una proliferazione e una stratificazione normativa che rende il cittadino sempre presunto colpevole (specie in ambito fiscale, dove c’è l’inversione dell’onere della prova) e sempre più ostico il rapporto con il pubblico.

Piuttosto, come dimostrano gli incassi triplicati rispetto alle aspettative della fattura elettronica, potrebbe funzionare il sistema degli incentivi all’uso della moneta elettronica. Ma questo come tassello di un più semplice e fluido rapporto con il fisco e, soprattutto, come spinta ad un cambiamento culturale che, lentamente, è già in atto. Nel 2018 l’utilizzo delle carte è aumentato dell’11,6%, ma siamo sempre 24 su 28 in Europa con il 14% dei pagamenti che avvengono tramite pos. Ecco, per arrivare alla cultura inglese, dove la birra la paghi con il bancomat pure nelle warehouse, non c’è sanzione che aiuti.

Piuttosto bisogna corroborare l’idea che la moneta elettronica è conveniente, visto che il contante costa per trasporto, sicurezza, deposito. E bisogna avere un po’ di fiducia nei risultati. I maggiori incassi che potrebbero arrivare da un maggior uso dei pagamenti digitali non sono oggi misurabili, ma potenzialmente hanno un margine enorme. E chissà che al Mef non si ritrovino con un bel tesoretto nel 2021, quando sarà il momento di controllare quale sarà stato il deficit effettivo del 2020. Qualcuno ha provato a fare i calcoli: se ogni italiano riducesse di 15 euro i prelievi bancomat e l’uso del contante, il gettito erariale potrebbe aumentare di 9,8 miliardi. (Public Policy)

@m_pitta