Twist d’Aula – Cosa insegna il caso Tercas

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – La Corte di giustizia europea sul caso Tercas ha definitivamente smentito l’indebito stop dato dalla Commissione europea nel 2015 all’Italia per una scelta in tema di banche. Solo che nel frattempo sono passati 6 anni in cui tutte le decisioni in materia di credito sono state condizionate. Per quanto riguarda i salvataggi bancari o il credit crunch, infatti, abbiamo pagato enormi effetti collaterali. Purtroppo, al netto della sentenza definitiva, non possiamo ritenerci del tutto innocenti poiché ai tempi abbiamo condotto negoziati con qualche passo falso, senza riuscire a far valere le nostre ragioni. Un errore che sarebbe esiziale ripetere ora, quando sul tavolo di Bruxelles ci sono decisioni fondamentali per il futuro post- pandemia, dal Next Generation Eu al PEPP. D’altra parte, l’Ue non ha sempre torto, ma nemmeno sempre ragione. Piuttosto, compie decisioni politiche frutto del compromesso tra gli Stati membri e le loro anime. E noi dobbiamo esserci.

Per capire meglio dobbiamo fare un passo indietro. A dicembre il Fondo interbancario di tutela dei depositi versa 300 milioni per salvare la Tercas. Ad aprile 2015 la Commissione Ue boccia l’intervento perché definito come “aiuto di Stato”, nonostante sia i soldi che l’ente fossero privati. Da quel momento si avvita una spirale negativa che il Governo di allora non riuscì a spezzare. Probabilmente perché, oltre alla questione “banche”, negoziava con Bruxelles per maggiore flessibilità (poi usata, per esempio, per finanziare il bonus da 80 euro). Soprattutto, da allora il Fondo interbancario è rimasto inutilizzabile. Senza, per salvare banca Tercas, alla fine sono serviti 700 milioni (invece dei 300 iniziali). Il salvataggio delle 4 “piccole” (Etruria, Chieti, Ferrara e Marche) è costato 4,8 miliardi (per Salvatore Maccarone, presidente del FIDT, con lo schema Tercas sarebbero bastati 2,2 miliardi). Dopo le “quattro” abbiamo poi speso circa 20 miliardi per le venete, per Carige, per Mps.

Nessuno sa come sarebbe finita se fossimo riusciti a far capire alla commissaria di allora, Margrethe Vestager, che il Fondo era di natura privata e non pubblica. Comunque, al di là del latte versato, il punto è che a Bruxelles già si discute, oggi, di decisioni da prendere tra un anno. Per esempio, sul ripristino delle regole del Patto di Stabilità sono già chiaramente emerse due posizioni antitetiche. Quella rigorista di Dombrovskis e quella più accomodante di Gentiloni. Se anche quest’ultima sembra al momento prevalere, è evidente che la posta in gioco è e enorme e la partita non è ancora chiusa. All’interno del Continente le prospettive su scelte determinanti per il nostro futuro sono divergenti. Lo stesso, per esempio, vale per la possibile reintroduzione del divieto di aiuti di Stato o le strategie in merito al fondo Sure, al Mes, a cosa dovrà fare la Bei o – last but not leastcome sarà gestito l’avanzamento del Next Generation Ue (ci ricordiamo la ritrosia di Austria e Ungheria all’approvazione del bilancio europeo?).

Una situazione che si replica all’Eurotower. Dallo scoppio dell’emergenza la Bce è intervenuta massicciamente. Ha stanziato, nel solo 2020, 1.100 miliardi di acquisti aggiuntivi (750+210+140), oltre ad aver rimosso tutti i vincoli all’acquisto di bond (la durata, il capital key, il rating dei bond). Il piano straordinario di acquisti “pandemici” PEPP è oggetto di dibattito. La presidente Lagarde ha evidenziato l’attenzione verso il rialzo dei tassi nominali. La Germania, notoriamente, pone un freno. Fabio Panetta, membro del board, dice invece che “non c’è motivo di esitare ad aumentare il volume degli acquisti e a spendere l’intera dotazione del Pepp, o anche di più se necessario”.

Considerando che l’appuntamento decisivo dell’Eurotower è fissato l’11 marzo, sembra un tentativo forward guidance. Non sappiamo se solo verso i mercati o anche verso la politica, italiana ed europea. Difficile pensare che a Palazzo Chigi non siano consapevoli delle questioni aperte sui tavoli europei. Tuttavia, in Italia il tema delle scelte, fondamentali, sul futuro dell’Europa e quindi del nostro Paese sembrano cosa dimenticabile e, in effetti, dimenticata. L’avvio del Next Generation Eu, salvo strumentali operazioni mediatiche del passato Governo, è stata una scelta di Germania e, in seconda battuta, di Parigi. Da settembre a Berlino non ci sarà più Merkel. Nel 2022 si sceglie il nuovo inquilino dell’Eliseo. Da noi c’è Mario Draghi. Forse abbiamo l’occasione per non perseverare negli errori del passato. (Public Policy)

@m_pitta